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martedì 31 gennaio 2017

Le giornate nuvolose


Di solito, le giornate nuvolose mi annoiano; non mortalmente, però le trovo abbastanza fastidiose.
Mi interessano (anche molto) quando tra le nuvole spunta qualche raggio di sole. Dato che sono una persona che tutto sommato, si accontenta, non pretendo che il cielo diventi immediatamente estivo o primaverile; può andarmi bene anche qualche raggetto di solicello.
Le nuvole, però, mi fanno venire sonno e ad una cosa come questa, penso che non ci sia rimedio; in ogni caso, non uno che io conosca. Ed anche se dovessi conoscerlo, penso che avrei troppo sonno per applicarlo.
Tuttavia, sono un amante del sonno che per questioni di famiglia, lavorative e di scrittura, dorme molto meno di quanto vorrebbe. Sulla questione la penso come il padre Brown di Chesterton: “Il sonno è quasi un sacramento.”
Be', vedremo come andrà quando sarò vecchio.
Però alle care giornate nuvolose, riconosco almeno un merito: quello di ricordarmi il tempo... quello strano intreccio di giorni, pensieri, progetti e sentimenti; altrettanti e strani attori, quelli, che sul palcoscenico della vita recitano la commedia-tragedia della vita.
Una commedia-tragedia che spesso è misteriosa e molte volte, anche mortalmente noiosa.
Ma in fondo, io conosco poco la Signora Noia.
Ho conosciuto le Signore Malinconia, Rabbia e Tristezza, ma proprio Madame Noia, no. Poca voglia di gingillarmi, tutto qua: non voglio spacciarmi per una persona esemplare o per uno stakanovista.
Potrei fare lo stesso discorso per l'ozio: ogni volta che sono tentato di arrendermi a lui, penso che così mi sottrarrebbe del tempo prezioso... oltre che per il lavoro, anche per scrivere, leggere, correre, passeggiar, ascoltare musica etc. etc.
Le giornate nuvolose, comunque, hanno almeno questo di bello: sembra che sospendano il tempo, e mi fanno credere di essere morto e vivo contemporaneamente.
Per essere più preciso, durante quelle giornate mi sembra di osservare la vita da un punto molto, molto lontano. E tutto sommato, in momenti come quelli, riesco a controllare i miei stati d'animo negativi.
Alla fine, si può dire che 'ste benedette giornate nuvolose servano a qualcosa anche loro, povere cocche!

domenica 22 gennaio 2017

Un'anguilla da 300 milioni" (1971), di Salvatore Samperi


Questo film non rimarrà nella storia del cinema, ma è molto gustoso ed anche quando inclina ad un certo macchiettismo (la figura per es. del prete), mantiene un certo garbo.
Ci parla della provincia veneta e benché qui Samperi non intendesse realizzare una pellicola socialmente impegnata, comunque qualche spunto di riflessione c'è.
Ma ripeto: il film è soprattutto gustoso e garbato. Secondo me, appartiene a quel tipo di cinema che sapeva esser graffiante, ma nello stesso tempo, divertente: penso per esempio a quello di Monicelli.
Ora, ci troviamo nelle valli di Caorle, dove vive il Bissa (al secolo Giovanni Boscolo), interpretato da Lino Toffolo. Egli è un ex-partigiano che vive con una pensione di invalidità, è un pescatore che però per la grama vita che conduce, spesso pesca di frodo. Inoltre, oltre che le anguille, cerca di vendere anche delle rane.
La vita del Bissa, che sta in una capanna a poca distanza dall'acqua, trascorre sempre uguale: lavoro, quattro chiacchiere con gli amici davanti ad un bicchiere di vino, ancora lavoro, chiacchiere, vino, freddo, lavoro, vino...
Questa vita è movimentata da una sorta di gioco a rimpiattino col guardia pesca che cerca invano di coglierlo con le mani nel sacco. Infatti per il Bissa una delle poche fonti di sostentamento è data dalla pesca delle anguille, che però (dove vive lui) è proibita.
Lui è comunque un povero diavolo, ma in modo non del tutto ingenuo, si chiede se dopo tutti i morti della Resistenza, i lavoratori (pescatori inclusi), non avrebbero meritato miglior sorte.
L'esistenza del Bissa è però addolcita dal legame con una bellissima vedova, la Contessa Spodani (Senta Berger): beninteso, non si tratta di una storia d'amore. Inoltre, quel legame non si basa sulla fedeltà.
Infatti la nobildonna spiega al Nostro con adorabile candore: “A me piace fare l'amore, ma mio marito voleva redimermi. Ma chi vuol essere redenta?”
E lui, con aria comicamente solenne: “Fare l'amore è necessario.”
La Contessa prosegue: ”Lui non voleva lasciarmi andare, diceva che senza di me sarebbe morto. Per questo gli ho sparato.”
Inoltre, i convegni amorosi tra il pescatore e la disinibita sangue blu avvengono... in cimitero! Come avrebbe detto Totò: “Il paese è piccolo; la gente, mormora.”
Talvolta le chiacchiere al bar prendono una piega qualunquista e giustizialista, quella stessa che come ha scritto il filosofo Remo Bodei, prima si sentivano nei “locali da ritrovo”, ed ora passano per buon senso: cioè il bisogno della pena di morte, la superiorità del valori religiosi, della famiglia, l'immoralità delle donne etc. etc.
Si tratta però di chiacchiere in libertà, stimolate solo dal vino, e che comunque non impediscono a chi le fa, di riprendersi subito.
Questo quadro, monotono ma in un certo senso consolante, cambia quando dal Bissa si presenta Vasco (Gabriele Verzetti), ex-comandante partigiano che affida “per pochi giorni” al Bissa la figlia Tina (Ottavia Piccolo).
Vasco confida al vecchio compagno d'arme che Tina deve disintossicarsi dalla droga e liberarsi dalle “cattive compagnie.”
Ma ben presto vediamo che lei è una ricca e viziata ragazza borghese, che diventa il tormento del Bissa e del suo socio Lino (Rodolfo Baldini).
In questa situazione non manca però l'umorismo, come quando Tina vede il Bissa alle prese con una pentola e commenta, schifata: “Blah!”
“Questa è polenta...”
Voglio lo yogurt!”
Il Bissa ribatte: “No, no, no: il Vasco ha detto niente porcherie e niente droga.”
Non racconto il resto del film, ma sappiate che sul tronco della commedia si innesta anche dell'altro, che volge quasi al giallo, e che racchiude anche del cinismo.
Ma se trovate un po' di tempo, gustatevi questo film: ne vale davvero la pena!

sabato 24 dicembre 2016

Le mie palle di Natale


Una delle prime immagini che ho del Natale è, in effetti, una situazione: bambino, nella mia camera ed al buio, passo un dito sul vetro appannato... stupendomi del fatto che si potesse scrivere anche così.
Secondo me quella situazione rispecchia molte bene quella strana, meravigliosa ed in certo senso anche logorante esperienza della scrittura, che come diceva egregiamente Artaud, può anche essere una malattia. Ma una malattia (aggiungo io) da cui chi scrive spera proprio di non guarire mai!
Tuttavia, secondo me la scrittura equivale proprio a tracciare segni e figure su un vetro appannato: in poco tempo, i nostri dialoghi, le nostre metafore, immagini etc. etc. possono dissolversi o scomparire. Così, come volte, capita anche alla vita.
Tutto sommato, del Natale non mi dispiace neanche l'aspetto forse meno importante: i pranzi, le cene, i regali, la musica e così via.
Certo, per chi è solo e/o malato, c'è poco da festeggiare... E diciamo la verità, a loro pensiamo poco perfino a Natale.
Inoltre, questa che dovrebbe essere una grande festa religiosa e popolare, è stata trasformata in un rito consumistico.
Quanto all'essere “tutti più buoni” proprio in questa occasione... lasciamo perdere! Bisognerebbe esserlo sempre, mi pare.
Ma non voglio salire sul piedistallo di una bontà che peraltro, non posseggo.
Allora dico: il Natale può darci la possibilità di essere almeno un po' meno ottusi, indifferenti e cattivi. E sia chiaro, questo vale anche per me.
Nello stesso tempo, non voglio cadere nell'altro errore: quello cioè di fare, su questa festività, del sarcasmo: magari per sembrare un tipo realistico, “moderno” o addirittura, cinico.
Questo anno, nella letterina che ho scritto a Babbo Natale ho chiesto (da quella persona originale che sono) le stesse cose di sempre: pace, lavoro, giustizia e salute. Per me e per tutti, perché se stai bene tu mentre gli altri stanno male, allora sì che sei cinico! E sei anche qualcos'altro che per spirito natalizio, preferisco che rimanga nella mia penna...
Ultima palla di Natale: mi piace immaginare che quando saremo seduti a tavola, in qualche modo, in un modo cioè che non so spiegarvi neanch'io, ci siano anche tutte quelle persone che per malattia, età o disgrazia hanno dovuto lasciarci.
Diceva nel suo libro Utopia Thomas More che i nostri cari, solo perché muoiono, non per questo vanno davvero via: essi anzi rimangono vicino a noi. Semplicemente, non li vediamo.
Quindi, perché non pensarla così?
Questo pensiero mi sembra il modo migliore per trascorrere il Natale o almeno, tutt'altro che una palla di Natale.




domenica 18 dicembre 2016

"Caino", di Josè Saramago


Si tratta di un romanzo dello scrittore portoghese e premio Nobel per la letteratura 1998 J. Saramago (1922-2010). Il suo Caino è un uomo che benché non sia certo fiero d'aver ucciso il fratello, è fortemente turbato dalla “giustizia” del Signore.
Nel denunciare quella giustizia, il Caino di Saramago discute con Dio a per tu e spesso, dal testo, spunta un umorismo sottile e gustoso.
Per es. il primo battibecco tra Adamo ed Eva, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, mette in luce una donna per niente sottomessa al marito...
“Su ciò che il Signore possa o non possa, non sappiamo niente.” (Adamo).
“In tal caso, dovremmo forzarlo a spiegarsi, e la prima cosa che dovrà dirci è il motivo per cui ci ha fatto questo e a che scopo.” (Eva).
“Sei matta.”
“Meglio matta che paurosa.”
“Non mancarmi di rispetto”, gridò Adamo, “io non ho paura, non sono pauroso.”
“E io nemmeno, dunque siamo pari, non c' è altro da discutere.” (Eva).
“Sì, ma non ti scordare che chi comanda qui sono io.”
“Sì, è ciò che ha detto il signore”, convenne Eva, e assunse l'aria di chi non aveva aperto bocca.
In seguito Eva si sente davvero bene perchè: “Sperimentava, nello spirito, qualcosa che forse era la felicità, o che almeno somigliava molto alla parola.”
Ecco: la parola, che in greco si dice logos, termine che significa anche ragione.
Vi è poi della simpatica malizia quando lei, che insieme allo sposo muore proprio di fame, va a cercare del cibo alle porte del Paradiso... ed avviene una sorta di seduzione da parte del cherubino di guardia. O fu Eva a sedurre lui?
Comunque: “Quando Abele nascerà, tutti i vicini si stupiranno del roseo biancore con cui è venuto al mondo, come se fosse figlio di un angelo, o di un arcangelo, o di un cherubino, non sia mai.”
I rapporti poi tra Caino ed Abele saranno pessimi. Abele parla di sé come di un essere superiore e le sue offerte al Signore sono sempre accettate alla grande; quelle di Caino, invece... L'Abele di Saramago, più che una povera vittima innocente, sembra un dannatissimo Gastone: sì, proprio il rivale di Paperino. Vien voglia di spaccargli la faccia, o la testa.
Dio scopre Caino che però Lo accusa d'aver permesso il fratricidio. La contro-accusa di Caino è insidiosa, così Dio non lo punisce riconoscendo la sua “parte di colpa” nella morte di Abele e col segno che gli imprime sulla fronte, gli garantisce che nessuno gli farà del male.
Da quel momento Caino attraversa vari luoghi e si imbatte in diversi personaggi di primo piano: Lilith, bella e focosa; Noè con la sua famiglia; la torre di Babele; Abramo; Sodoma e Gomorra, Lot e sua moglie; Giobbe ecc. ecc.
A proposito di Sodoma e Gomorra, Caino osserva che sì, da quelle parti non si trovava un solo giusto: ma nella loro distruzione furono massacrati anche i bambini. Perché?
Il romanzo prende di mira anche la giustizia umana: per es. la condanna a morte di uno “schiavo traditore” non deve turbare Lilith, in dolce attesa. Così: “Il risultato fu una sobria esecuzione per impiccagione davanti a tutta la popolazione della città.”
Troviamo anche delle questioni sociali: per es., Caino va in cerca di lavoro come pigiatore di argilla.
“Quanto guadagnerò”, domandò Caino.
“I pigiatori guadagnano tutti uguale.”
Ma io, quanto guadagnerò.”
“Questo non riguarda me, in ogni caso, se vuoi un buon consiglio, non domandarlo subito, non è ben visto, per prima cosa devi dimostrare quanto vali, e ti dico anche di più, non dovresti domandare niente, aspetta che ti paghino.”
“Se pensi che sia meglio, farò così, ma non mi sembra giusto.”
Qui non conviene essere impazienti.”
Piuttosto attuale, no?
Mi fermo qui perché il romanzo, sebbene di sole 142 pp., è molto divertente e nello stesso tempo, profondo. Non gustavo da molto un libro così...

martedì 29 novembre 2016

“La nebbia vince quasi sempre”, di Valeria Golino


Di questo film si è parlato poco, eppure è stato diretto dalla bravissima Valeria Golino ed ha avuto come protagonisti attori come Silvio Orlando, la stessa Golino, Stefano Accorsi e Sandra Ceccarelli.
Compare anche Pierfrancesco Loche, soprattutto in una sorta di monologo con cui cercherà di illustrare il senso di tutta la vicenda.
Bene, il film inizia alla periferia di una grande città del nord. Tutto il paesaggio è avvolto dalla nebbia e come assediato da rumori lontani ma che si avvicinano sempre più, per poi smettere quasi di colpo.
Dopo pochi istanti partono le prime note di State trooper di Springsteen nell'esecuzione de Is maccus (I pazzi), un gruppo rock di Cagliari. Loro presentano il brano in una versione rock-blues molto dura ed acida; notevole la frase, ossessiva e martellante, del basso.
Mentre i rumori tra la nebbia finiscono, all'improvviso compare un bus, che la Golino (nel film, Marta) prende con aria stanca, incerta. A bordo c'è un solo passeggero, Loche (Pietro).
Marta: “Ciao, Tri. Hai appena smontato, giusto?”
Pietro: “Sì, ma piantala coi diminutivi, mi danno fastidio, è roba da ricchi, da scemi. O da americani. Io mi chiamo Pietro Angioni, di anni 59, operaio specializzato, emigrato al nord nel 1972, ex-delegato Fiom, stanco, amareggiato e deluso di tutto e da tutti.” Qui fa una pausa ed aggiunge, con un sorrisetto in tralice: “Ma ancora molto, molto arrabbiato.”
Sorride anche Marta e mentre gli accarezza i capelli dice: “Il nostro Pietro, che se può avercela con sé stesso, cerca d'avercela anche col mondo.”
Ora ci troviamo a Venezia, in inverno. Lei entra all'Ospedale della Pietà, dove insegnò per tanti anni Vivaldi. Siede in chiesa ed ascolta la musica (il Concerto in sol maggiore) ad occhi chiusi. Tamburella, assorta, il tempo su un banco.
Quasi dal nulla, appare e le si siede accanto Enzo Vitiello (Silvio Orlando), che sussurra “Un abbigliamento poco consono all'ambiente, professoressa”, dice lui squadrando i jeans e la giacca in pelle, “più adatto ad un concerto rock, direi.”
Lei si irrigidisce ma apre gli occhi piano, quasi pigramente. Con distacco: “Ciao, Enzo. Vedo che non hai perso l'abitudine di dare consigli non richiesti. Da questo punto di vista, sembra proprio che per te gli anni non siano passati... pancetta, giacca e cravatta a parte.”
Lui, ridacchiando: “Be', ma allora sono quelli, i problemi? Sarebbero quelli... il look e qualche chiletto di troppo? Forza, siamo seri! Siamo seri, dai!”
Lui non riesce più a smettere di ridere; la sua risata è contagiosa ma nello stesso tempo, piuttosto irritante.
No, i problemi non sono e non sono mai stati quelli, caro avvocato.”
Ah, adesso mi chiami avvocato?”, dice lui, divertito.
Lei, ignorando quest'ultima osservazione: “I problemi sono sempre stati la fame, le bombe che cadono sulla testa delle persone sbagliate, la gente che vola dalle finestre delle questure, il razzismo che passa per buon senso, il bigottismo...”
Lui, seccato: “Marta... Marta, ti prego: la guerra è finita. Finita, capisci questa parola? E noi, quella guerra, l'abbiamo persa: ma non avremmo neanche dovuto iniziarla. Tu, poi, quando c'era bisogno di te... tu dov'eri? E ora mi vieni anche a fare la pasionaria? Lascia perdere.”
“Io non ho mai approvato i vostri sistemi, la fissazione per le armi, i tempi, gli obiettivi, le tattiche, insomma: la rivoluzione formato caserma!”, conclude lei tagliente.
Rivoluzione formato caserma!”, ripete Enzo, ridendo a crepapelle. “Buona, questa! No, dico davvero, Marta! Rivoluzione formato caserma”, ripete per un po' cercando di tornare serio. Poi, con uno sguardo furbo, anche un po' viscido: “Però, esimia professoressa De Palma, anche se non ha mai ucciso, qualche volta ha sparato anche lei...”
Vivaldi inizia a sfumare, via via Enzo e Marta scompaiono dal centro della scena. Mentre il Concerto finisce ed inizia L'estate, Marta si alza in piedi e dice, fredda: “Ci vediamo, Enzo. Arrivata all'uscita si volta e trilla con finta allegria: “Mi raccomando, saluta i nuovi compagni: mafiosi, banchieri e politici corrotti!”
Lei esce, lui rimane seduto a fissare l'altare, impassibile.
Ora Marta si trova ad Alghero: siamo solo all'inizio di settembre, ma dal mare soffia un vento molto freddo. Lei si addormenta al tavolino di un bar, cercando di godersi qualche raro raggio di sole.
“Come una vecchia”, pensa, “anzi come una vecchia alcolizzata.”
Adesso si dice alcolista, è più moderno”, le sorride Pietro, che la invita a nuotare.
Marta si tuffa dalla terrazza del bar, nuotano veloci ma senza fretta. Il sole invade tutto, si espande come “la sola magia rimastaci”, pensa lei.
“L'importante”, risponde Pietro, “è che non arrivi la nebbia: perché quella avvolge e soffoca tutti i misteri d'Italia; è come la sabbia, solo che non serve per fare i castelli. E se devi farli, i castelli, falli in aria: così non potrà distruggerli nessuno. Anche la rivoluzione era un castello in aria, ma se sai ricominciare, puoi costruirla veramente. Però devi usare il secchiello giusto. E dentro non deve esserci del ghiaccio, e neanche lo champagne di Enzo.”
Mentre si sveglia, ha un po' di mal di testa ma il freddo è scomparso. Il sole, immenso e luminosissimo, è come se fosse un altro mare.
Ora Marta si trova a Cagliari, al Binu's bar (bar del vino). Sta parlando con Daniele Zanardi, un cantante e chitarrista bolognese che la sera dopo suonerà col suo gruppo in un locale del capoluogo sardo.
Tra loro tutto un gioco di sguardi, sorrisi, ammiccamenti... ma forse non c'è niente di serio. In sottofondo, la chitarra di B.B. King: The thrill is gone. Daniele beve forte ma si mantiene lucido; Marta pensa che le piace molto, ma che per lui è troppo vecchia. Ad un certo punto le scappa da ridere, una risata contagiosa ma non falsa come quella di Enzo.
Lei: “Senti, ma che cosa diranno tutte le ragazzine che ci sono in questo locale, che sei qui con tua nonna?”
Lui ammutolisce: sembra che la battuta l'abbia offeso.
Ora è lei, imbarazzatissima, che attacca a bere forte. Non parlano per un bel po', poi, quando si alza per andarsene, lui la abbraccia e si baciano. Ora la musica sale di tono: The man in me di Dylan nella versione di Joe Cocker.
Vigilia di Natale, Marta incontra (verso l'alba) Enzo nel parcheggio di un centro commerciale. E' profumato ed elegante come sempre, ma stavolta la sua è un'eleganza un po' volgare, pacchiana.
Lei: “Come hai fatto ad avere il mio numero di cellulare?”
Lui sorride con aria ruffiana ed insieme simpatica.
Lei riprende: “Sai che per una cosa del genere potrei denunciarti?”
“Marta, solo mentre mi faccio la barba posso trovare 7 o 8 sistemi per farla franca; e magari anche per incasinare te.”
Lei: ” Ah, sì, certo: dimenticavo che tu sei l'avvocato di grido, deputato e presto senatore...”
Lui, con aria di sufficienza: “Ci risiamo: la solita invidia di chi è rimasta una professoressa delle scuole medie.”
Stavolta lei non ribatte, aumenta il volume della radio: ecco Panama di Fossati; il pezzo si trova poco oltre la metà, lei lo canticchia distratta, lo sguardo lontano.
Riprende: “Enzo, se non sbaglio, una volta lasciavi che fossimo noi quelli che andavano a sparare ed a farsi sparare.”
Ma allora, se sei tutta questa grande rivoluzionaria”, dice lui alzando la voce, “si può sapere perché diavolo te ne sei andata? Eh?! Si può sapere? Mi chiedo se sia mai possibile conoscere 'sta gran verità!
“Semplice. Per me il terrorismo non c'entrava niente con la rivoluzione. Ma io ho lasciato quando (ucciso Moro) sembra che avessimo il Paese in pugno; non quando, come hanno fatto certi avvocaticchi di mia conoscenza, la barca stava affondando.”
Lui, con voce stridula: “Non ti permetto di chiamarmi avvocaticchio! Non osare, guai a te! Tu non sei nessuno per parlarmi così, hai capito? Nessuno!
Ora Marta tace e rivede le scene di una vecchia gita in barca, quando loro due frequentavano ancora l'università. Poi rivede alcune scene del '77, risente la musica di quegli anni, rivede il volto di Curcio, quello di Berlinguer, risente sua madre che la saluta alla stazione di Portici, si rivede leggere quel passo di Abelardo: “Il merito e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione, ma nell'intenzione. Spesso infatti la stessa cosa viene fatta da persone differenti, ma da una con giustizia e dall'altra con malvagità.
Compaiono tante altre immagini, suoni e persone: una vera folla.
Ora Marta fissa Enzo mentre inserisce nello stereo un cd di Corelli, scende dall'auto ed estratta dalla tasca interna del giubbotto una pistola, fa fuoco 3 volte.
Inizia il cd, lei si allontana verso lo stagno che lambisce il parcheggio; fatti pochi passi, spara un 4° colpo verso il cofano dell'auto, che esplode. Quindi lancia l'arma verso l'auto in fiamme.
Raggiunto lo stagno, vede arrivare una barca: a bordo c'è Pietro.
“Un passaggio?”, fa lui, ridendo.
In pochi istanti Pietro si allontana dalla riva; voga con aria concentrata ma anche molto rilassata: Non parlano per un po', quindi lui: “Sai che cosa mi manca di più, ora che sono morto? La batteria ed il vento tra i capelli.”
Lei sorride, lui aggiunge: “Ed anche tu che mi accarezzavi i capelli.”
Lei sospira: “Lascia stare, Pietro... piuttosto, secondo te perché Enzo ha voluto rivedermi?”
Mah, forse per dirti quella frase che gli piaceva tanto: la guerra è finita. O perché, a modo suo, ti voleva bene.”
“Ma io l'ho ucciso. Ed ora devo andare a costituirmi, o anche questo fatto sarà inghiottito dalla nebbia, che vince sempre. O quasi sempre.”
Pietro: “Marta... li senti, i grilli? Una volta questa era una laguna, la laguna di Santa Gilla. La gente pescava e viveva qui; mio nonno diceva che si andava a Cagliari in barca. I grilli, però, quelli non me li spiego.”
In sottofondo Cold cold ground di Tom Waits.
“Pietro, ma non sarò morta anch'io?”
“Tu che cosa ne pensi?”
“Penso... ecco, che non basta parlare coi morti, per esserlo. Del resto, non è detto che vivere coi vivi significhi essere vivi. Comunque, Enzo non avrebbe dovuto metterti in casa tutte quelle armi e quegli esplosivi.”
Soprattutto, non avrebbe dovuto fare quella telefonata anonima alla polizia”, borbotta Pietro. “In ogni caso (anche se per me sbagliavate), ora pensaci bene prima di costituirti: si dice che in prigione ne suicidino tanti.”
Intanto la nebbia avvolge pian piano lo stagno. Mentre sembra che la barca stia puntando verso il mare, le note di Waits sfumano.
Non si sa che cosa farà Marta: ha compiuto il suo atto di giustizia, o di malvagità. E nessuno conosce la potenza della nebbia, o i suoi limiti.

La recitazione della Golino è stata intensa e talvolta, trasognata ma anche molto concreta e realistica. La sua Marta è fragile ed insieme durissima.
Orlando ha sfoderato un lato istrionico che ha reso perfettamente la “viscidità” del personaggio.
Accorsi è comparso poco, esibendo però una fisicità tormentata, dubbiosa.
Loche ha rispecchiato tutte le difficoltà e le speranze di una generazione, oltretutto con una certa autoironia.
Grande anche la Ceccarelli (Silvia Martini), collega di lavoro e sicura amica di Marta.
La colonna sonora: un originale e coraggioso mix di rock, blues e classica, peraltro sempre al servizio del film.

Spero che la recensione del film vi sia piaciuta.
Peccato che non sia mai stato girato!
Sì, ho inventato qualche scena e steso alcune tracce per una sceneggiatura...
A presto!

lunedì 21 novembre 2016

"Maggie Cassidy" (1959), di Jack Kerouac


Maggie è una ragazza: bella, spesso imbronciata, parecchio stizzosa, un po' sognatrice e quando vuole, anche dolce. E' una 16enne che fa proprio impazzire Jean, l'altro protagonista (in sostanza, Jack Kerouac).
Come dice appunto a Jean (nel romanzo anche Jack o Zagg) un suo amico: “Quella là metterebbe knock out Joe Louis con una sola occhiata.”
La vicenda si svolge nel New England, ai confini del Canada francofono ed i protagonisti sono quasi tutti franco-canadesi. Quasi tutti tranne Maggie, che come dirà il padre di Jean: “E' irlandese quanto è lungo il giorno.”
Forse in amore lei è più esperta del suo Romeo, comunque sono entrambi bloccati dalla morale cattolica, o dall'età. Però questo non indebolisce il loro sentimento, che si rafforza anche attraverso il dolore per la morte di uno zio della ragazza.
Kerouac delinea benissimo la personalità di Maggie, come per es. quando dopo il funerale, lei dichiara: “Non ho nemmeno voglia di uscire di casa _ se non hanno di meglio da offrirmi che bare, morti _ come potrei lavorare non ho nemmeno voglia di vivere.”
Poi Kerouac aggiunge: “ Restò seduta per ore sulle mie ginocchia, con lo sguardo nel vuoto, in silenzio, nel salotto buio_ io capivo tutto, mi trattenevo, attendevo.”
Quando lei si riprende, ecco che Jack la vede entrare in un locale mentre qualcuno suonava The masquerade is over e lei era: “Bella come non era mai stata, con delle gocce di rugiada fra i capelli neri, come tante piccole stelle negli occhi e una luminosità rosata che si effondeva dalle dolci risate argentine l'una dietro l'altra _ Si sentiva bene di nuovo, bella e invincibile di nuovo e per sempre _ come la rosa scura.”
Il romanzo è, in effetti, un'elegia o un inno per Maggie, che però fa anche soffrire Jack, per es. provocandolo ed ingelosendolo. L'amore, per lui, è spesso dolore, equivoco, desiderio insoddisfatto, rabbia, solitudine...
Infatti, Jack riflette anche sui possibili sviluppi del loro amore, inclinando non di rado ad un forte pessimismo, come quando dice: “Ragazzo e ragazza, l'uno nelle braccia dell'altra, Maggie e Jack, nella triste pista da ballo della vita, già demoralizzati, gli angoli della bocca pieni di rinuncia, le spalle che si afflosciano, accigliati, le menti prevenute _ l'amore è amaro, dolce è la morte.”
Già. Quando si è adolescenti, quello straordinario sentimento è (così come dovrebbe essere), una questione di vita o di morte. Ogni sorriso, lite, broncio etc. etc. diventa qualcosa di decisivo.
Crescendo, impariamo ad essere più controllati, logici, forse anche cinici.
Ma secondo me, quando si ama davvero, si può e si deve mettere il proprio cuore in palio, così come un pugile brucia le sue ultime energie.
E la donna che amiamo, per noi deve essere realmente l'unica. Come ha detto una volta Springsteen: “Non chiedevi ad una ragazza: ”Vuoi ballare? Le chiedevi: “Vuoi ballare? La mia vita è nelle tue mani.”
La Maggie di Kerouac incarna tutta la sensualità, le indecisioni, le ansie i sensi di colpa e la poesia di una 16enne cattolica ed irlandese-americana di tanti anni fa.
E Jack/Jean, franco-canadese di Lowell, nel Massachussets, si trova a vorticare in un meraviglioso e doloroso insieme di atteggiamenti e di sentimenti, il suo cuore che come la pallina d'argento della roulette gira e gira cercando di raggiungere la sua Maggie... Poi però la raggiunge, lei è sempre vicina e lontana, spesso dolce ma anche sarcastica e beffarda. Eppure, così fragile ed insicura... una giovane donna timorosa di rivelare le sue paure.
Il romanzo è anche la cronaca dell'amicizia, comico-eroica di alcuni buffi ma leali ragazzotti franco-canadesi (canucks), della loro devozione all'hockey, ma soprattutto (ripeto), devoti alla loro amicizia, quell'amicizia che si può provare con quell'intensità, così come l'amore, solo a 16 anni. Ma che dovremmo continuare a provare.
Jack e Maggie vanno ad una festa a New York, lei, sentendolo parlare dei suoi amici, gli dice con grande realismo: “Amici? Puah (...). Un giorno andrai a mendicare alla loro porta di servizio e non ti daranno nemmeno una crosta di pane lo sai meglio di me.”
Ed aggiunge: “Che sono per te le torri di Manhattan che hai bisogno ogni sera dell'amore tra le mie braccia al ritorno dal lavoro _ Posso forse renderti più felice con della cipria sul petto?”
Maggie appartiene alla realtà sociale e culturale del New England operaio e popolare: una realtà di cui magari non ha piena coscienza, ma di cui ha assorbito tutta l'inquietudine, l'istintività e la joie de vivre. Una gioia di vivere che forse spaventa Jack... ragazzo, in fondo, ancora dominato dal senso di colpa e del peccato.
Forse Jack (anche J. Kerouac) manterrà sempre di fronte alla vita una certa ingenuità, se non un certo candore: questo anche quando inizierà a girare tutta l'America e farà esperienze amorose, alcoliche, artistiche, con le droghe etc. etc.
Ecco perché Maggie, con quella capacità di visione e di pre-visione che possiedono tante donne, dirà al suo Jean: “Tu non capisci lo sporco _ per terra. Jacky.”
E', infatti, tipico di alcuni artisti creare grandi cose, ma non rendersi conto del male, dell'ignoranza, della cattiveria... Anche quando si trovano lo “sporco” davanti, certi artisti tendono non solo a descriverlo bensì ad esaltarlo o almeno a farsene affascinare.
Comunque, io penso che anche a distanza di tanti anni, Maggie Cassidy rimanga uno stupendo e malinconico inno all'adolescenza ed all'amicizia, di cui è molto difficile trovare l'uguale. Sarebbe bellissimo saper mantenere o recuperare, da adulti, quella magia e quell'innocenza...





lunedì 31 ottobre 2016

Il martirio di una maestrina*


Il 5 novembre del 1957 la maestra Oretta Scalisi, romana, prese come di consueto il treno che da Cagliari la conduceva alla stazione di Barbusi.
Attualmente, Barbusi è un sobborgo di Piolanas, cittadina da cui Barbusi dista 4.600 km. A sua volta, Piolanas dista 10 km dalla città di Carbonia: ci troviamo quindi nel Sulcis-Iglesiente, per secoli la principale zona mineraria della Sardegna.
La maestra fu: “Ritrovata senza vita nelle campagne intorno alla chiesa sconsacrata che faceva da scuola.” http://www.ladonnasarda.it/storie/5897/oretta-la-maestrina-di-piolanas-uccisa-nel-cuore-del-sulcis.html La maestra fu trovata: “In una pozza di sangue e con la gola squarciata.”
Stando a L'Unità dell'8 novembre '57 http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1957_11/19571108_0007.pdf&query=C.B. la signora subì anche una violenza sessuale. Dalle indagini risultò che il suo assassino non la derubò: potremmo quindi ritenere che egli puntasse “solo” a distruggere quella giovane vita.
Sempre ne L'Unità si ipotizza che conoscesse il suo assassino. Del resto, ancora oggi risulta che la maggior parte degli autori di violenze e/o di femminicidi, sono persone conosciute dalle loro vittime: fidanzati, amici di famiglia, parenti, perfino mariti...
Ora, per recarsi a scuola, la maestra doveva percorrere un tratto di strada (come visto) piuttosto lungo... di mattina presto ed in aperta campagna. Condizioni spaziali e temporali, queste, ideali per un agguato.
Lei non andava quindi a divertirsi ma a insegnare, ed a insegnare a bambini che probabilmente, in quanto figli di operai e di contadini, erano considerati buoni solo per il lavoro.
Ora, del crimine fu accusato tale Angelo Manca, che 2 settimane dopo si suicidò in cella, a Carbonia.
Come ha fatto notare qualcuno in un commento all'art. cit., il marito della signora (il geometra Ugo Satta) fu denunciato anni dopo “dalla sua seconda moglie così poi lui confessò.”
Ovviamente, se le cose andarono così, è sacrosanto riabilitare la memoria del Manca.
In ogni caso, questo tragico fatto rivela quali siano stati i rischi (davvero mortali) che per tanto tempo hanno corso, nel nostro Paese, le insegnanti.
So da mia madre (insegnante ora in pensione) che negli anni '50, era quella la regola, in Sardegna: prendere un treno all'alba, dopo decine di km beccarsi una biciclettozza qualsiasi, farsi altri km in posti abbandonati da Dio e... sperare che non saltasse fuori qualcuno con un coltello a serramanico.
Persone della Penisola mi hanno confermato che quella era la regola anche da loro...
In effetti, spesso: “Le insegnanti”, erano “più numerose dei colleghi uomini e a loro”, erano assegnate, “le sedi più disagiate.” Ma grazie alla “protesta delle maestre sarde, la questione arriva in Parlamento.”
Rimane il fatto che per tanto, troppo tempo, ci sono state delle insegnanti che se non hanno subito la sorte della signora Scalisi, ci sono andate spesso vicino.
Dobbiamo perciò molto a quelle donne: al loro coraggio, alla loro intelligenza, alla loro generosità. Se il nostro Paese è diventato un po' più civile, lo dobbiamo anche a donne come loro ed alla maestra Scalisi, una ragazza di 25 anni di cui molti giovani dovrebbero conoscere il sacrificio... anziché i pettegolezzi sugli amorazzi di certe soubrettine e relativi palestrati.


* Quando non diversamente indicato, va inteso che le citazioni tra virgolette sono tratte dall'articolo dal giornale La donna sarda.