I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura


sabato 20 agosto 2016

"Stabat mater", di Tiziano Scarpa


Un romanzo straordinario.
Bene, Scarpa ha scritto un testo di sole 136 pagine. Ad esso ha poi aggiunto una Nota di altre 6 in cui ha spiegato il suo legame con Venezia e con Vivaldi, il suo compositore preferito, e ha fornito una bella bibliografia-discografia sulla città e sul prete rosso.
Infine, ha spiegato il suo legame con l'Ospedale della pietà (vi nacque!), quel luogo cioè in cui le orfane della Serenissima venivano allevate: “Per dare loro un'educazione, un mestiere e una possibilità di intervento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica.”
L'Ospedale era quindi molto più di questo o di un orfanotrofio, ma per l'Europa del tempo, un'istituzione che potremmo anche definire all'avanguardia.
Certo, per l'Europa del tempo... perché era un'istituzione religiosa, retta da suore che accoglievano le bambine (molte delle quali ancora neonate) che venivano abbandonate appunto alle loro cure da donne che intendevano disfarsi di quel che fino a non molto tempo fa era chiamato il frutto del peccato.
Talvolta, a distanza di anni, qualche madre tornava a riprendersi la sua bambina, ma di solito, le sfortunate vivevano isolate dal mondo dal momento in cui erano consegnate all'Ospedale (la madre rimaneva sempre rigorosamente anonima) fino alla morte.
La protagonista della storia si chiama Cecilia: di lei sappiamo solo questo. Per cercare un contatto con la madre sconosciuta, fin dai 15-16 anni inizia a scriverle delle lettere. Queste cominciano tutte con un austero Signora Madre ed in esse Cecilia utilizza sempre il “voi.” Sono lettere il cui tono oscilla tra una forte e direi rancorosa freddezza ed un disincantato desiderio d'amore e di accettazione.
Nelle sue missive Cecilia riflette sul tempo, sull'acqua, sulle più antiche origini di Venezia, quando l'insieme di isolette che la compongono era solo una distesa di paludi percorsa dal vento e dagli uccelli... e su molto altro ancora.
Non è sempre netto il confine tra le lettere di Cecilia e le sue riflessioni più personali, quelle cioè staccate dall'ideale rivolgersi alla madre: ma questo rende il romanzo ancora più stimolante, perché ogni tema si intreccia ed incastra nell'altro, come in un insieme di note che si rincorrano per poi scomporsi, separarsi e riprendere ad intrecciarsi. Come uno stormo di rondini che entri ed esca da una serie di lunghi e tortuosi corridoi e da una lunga teoria di stanze.
Compare spesso la Morte, che assume le sembianze di una donna dai capelli neri ed aggrovigliati come serpenti, ma che tratta Cecilia con gentilezza, quasi con affetto. Sarà certo un'allucinazione o una forma di compensazione per la solitudine ed il senso di abbandono che tormentano la ragazza, eppure il “personaggio” è molto riuscito e convincente.
La notte Cecilia, che non riesce a dormire, si accoccola sulle scale, al buio: l'Ospedale è un labirinto di stanze, corridoi, scantinati, sottopiani ed appunto, scale. Lì lei continua ad interrogarsi su tutto. Sono frequenti le riflessioni sulla morte, che però dimostrano grande lucidità ed assenza di paura: Cecilia appare così molto più forte, matura e consapevole dei suoi sedici anni.
E' centrale anche la figura di Antonio Vivaldi. Nel suo grande amore per le orfane e soprattutto per Cecilia, Scarpa compie (ma consapevolmente) una grave ma bella falsificazione: attribuisce quasi la creazione delle Quattro stagioni ad una sorta di “furto” che Vivaldi avrebbe compiuto ai danni di Cecilia.
L'idea cioè di fondo delle Stagioni, come dice lei, consiste in questo: “Imitare i rumori del mondo”; ma per lei, questo è “così infantile.”
Inoltre, prima che don Antonio componesse la sua opera più nota, Cecilia aveva insegnato a delle bambine (che lo rivelano appunto a Vivaldi) a: “Fare le voci delle rondini con i violini, e lei ha suonato come fa l'usignolo!”
L'idea di Vivaldi, nelle Stagioni, è appunto imitare gli elementi naturali e gli animali attraverso gli strumenti musicali, benché concordi con Cecilia che quell'opera sia “la cosa più stupida” che abbia scritto. Stupida! Ma ve ne rendete conto?
Eppure la cosa ha un senso. Vivaldi dichiara, infatti, che gli serve “per arrivare alle orecchie di tutti”, perché: “Dobbiamo avere l'umiltà di farci capire. Dobbiamo usare la nostra complicazione per tirarne ingegnosamente fuori la semplicità.”
In effetti, la musica e forse qualsiasi altro tipo di arte dovrebbe fare proprio questo: estrarre dal caos e dal dolore da cui spesso il mondo è dominato, qualcosa che possa parlare alla mente ed al cuore di tutti. Perché come dice Cecilia: “La musica è la cosa che più assomiglia a un'idea pura.”
Pura non significa staccata da tutto il resto, quindi staccata soprattutto dall'equivoco, dalla solitudine, dalla malattia, dalla povertà, dalla follia, dall'ingiustizia.
No, pura significa ciò che le cose, il mondo e le persone dovrebbero essere per valere davvero, ma non come se il male non esistesse. La musica come “idea pura”, è il bene che trionfa sul male purificando il nostro cuore e la nostra mente da tutta quella sofferenza, che spesso subiamo senza nostra colpa.
Ecco che allora quei violini apparentemente facili ed allegri, risultano tali solo in apparenza. In realtà, è la musica che cerca e trova la strada per il nostro cuore: e che cosa c'è di più triste e difficile di quello che ci ostiniamo a considerare un semplice muscolo?
Così Cecilia, che troverà la sua strada anche oltre la musica, non dirà più: “Noi siamo sepolte vive in una delicata bara di musica.” Non lo dirà più perché ad un certo punto la musica diventa per lei strumento di liberazione, ricongiungimento alla vita.
E questo (concedetemi una battuta certo scontata) è davvero degno di nota.

martedì 9 agosto 2016

Crescere e sentire attraverso lo sport


A me lo sport piace molto.
Nello e dello sport non mi piacciono solo la competizione e la vittoria: anche quelle, perché se in esso mancano quegli elementi, allora è come una bottiglia di vino senza vino.
Analogamente, soltanto un alcolizzato berrebbe del vino che si trovi per terra.
Insomma: nello sport è importante il risultato ma anche ciò che lo racchiude.
Dirò di più... nello sport è importante, prima di ogni altra cosa... lo sport in sé stesso.
Quando un bambino impara a correre, non vuol far altro che correre. Comincia a calciare un pallone? Di dove vada a finire, gli importa quanto può importagli di una catena arrugginita; forse anche meno.
Secondo me, se recuperassimo quel disinteressato piacere che ci porta a fare un dribbling per il solo piacere di farlo, uno scatto per sentire l'aria che ci sibila attorno al corpo, un tuffo per vedere come sia fatto il fondo del mare ecc. ecc., ebbene, forse allora staremmo molto meglio.
Insomma, portiamo i nostri figli in una scuola-calcio e che cosa vediamo? Semplice: molte di queste sono delle caserme, con allenatori-cerberi che paonazzi, urlano (benché meno che ai nostri tempi) ed imbottiscono i pargoli di schemi, formule e sensi di colpa.
A quel punto, fate loro studiare le equazioni di 2° grado e la dialettica di Hegel: i nostri cari boys si annoieranno di più, ma almeno impareranno qualcosa!
Qualche amico mi dirà: “Ma come! Dici queste cose tu, che hai sempre ammirato il senso tattico perfino dei tedeschi?!
Esatto, my friends, esatto.
Vi spiego: prima di fare sul serio, c'è il gioco.
Perché mai uno dovrebbe inseguire un pallone, che tra l'altro è già inseguito da uno o più avversari (col rischio magari di rompersi una gamba) se non lo divertisse?
Sto correndo, ormai ho 54 anni: non sono ancora vecchio, ma non sono più un ragazzino.
Però riesco ancora, e questo perfino a prescindere dal fatto che oggi o domani debba giocare a calcio o a calcetto, a correre col caldo e col freddo ed a divertirmi. Anche se qualche buontempone abbassa il finestrino dell'auto super-refrigerata e mi grida: “Oh marocchinu!
Sento il sole che mi picchia sulla testa, al 2° km (o anche prima) ho dimenticato il contratto scaduto; un minuto dopo la doccia mi darò da fare per ottenerne un altro... ma ora sto correndo.
In campo, sole a picco o pioggia a catinelle, sono solo e sto palleggiando e/o tirando in porta: i miei piedi sono di legno come sempre, ma mi sto divertendo.
Beh, per oggi basta così; ma tornerò sull'argomento.


sabato 30 luglio 2016

Orem


Orem era un brav'uomo, aveva sempre cercato di vivere in pace con tutti ed anche con sé stesso. Solo, questo era molto più difficile: c'era sempre qualcosa che lo tormentava. Sempre.
La vita, pensava Orem, è un problema; e forse lo siamo anche noi, per noi. Un nemico posso pestarlo, farlo prigioniero o perfino ucciderlo; con mia moglie posso litigare e poi fare pace; con gli amici posso urlare poi bere litri di vino.
Ma con me stesso, che cosa posso fare? Non posso uccidere me!
Ed anche quanto al bere, farlo da soli è da idioti, è addirittura da vecchi mammuth!
Una sera Orem vide che un suo vicino sudava moltissimo armeggiando con dei pali e delle corde.
“Ciao, Zummoni.”
“Non disturbarmi, Orem”, disse quello, brusco. “Non vedi che sto lavorando?”
“Certo che lo vedo. Ma spiegami perchè lo stai facendo.”
Orem avrebbe voluto dare a quello scemo una bella testata e rompergli il naso, ma poi sua moglie avrebbe iniziato a strillare: “Orem! Quante volte devo dirti di non prendere la gente a testate? Adesso la pelliccia sporca di sangue chi deve andare a lavartela al fiume, si può sapere? Io, devo andarci, pezzo di cretino che non sei altro!”
Così preferì lasciar perdere. Ma quella faccia di pterodattilo di Zummoni, sbuffando: “Sto recintando questo campo di grano, così chi ne vorrà, dovrà pagarlo.”
“Ma che cosa stai dicendo, Zummi? Finora abbiamo sempre lavorato tutti insieme e quello che cresceva nei campi, era di tutti. Ad uno poteva servire un po' più di frutta o magari della verdura, grano ecc. ecc. Si andava a caccia? Della carne a te, a me ed a tutti gli altri. A pesca? Del pesce a me, a te ed a chi ne aveva bisogno, a seconda delle esigenze.”
“Sì, ma ora basta, dobbiamo smetterla di comportarci come dei primitivi, gente che si divide tutto e non si arricchisce mai. Ognuno deve far fruttare la sua intelligenza.”
“Caro Zummi, tu la chiami intelligenza; io la chiamo avidità.”
“Ma come osi?!
“Oso, oso... e non alzare la voce o ti alzo e poi ti abbasso un osso di t. rex sulla testa, ladro che non sei altro!”
“Ladro io?!”
“Sì, ladro tu, recintatore della mia clava! Ladro tu e tutti quelli che seguiranno il tuo esempio.”
Poi Orem salutò Zummoni ed andò sulla collina: si diceva che fossero piene di tigri dai denti a sciabola, le cui carni erano prelibatissime.
Ma una volta partito, tornò indietro (di notte) ad uccidere Zummi. Poi ripartì.
Quasi 2 mesi dopo riecco Orem, carico di pelli, carni e zanne. Ebbe però un'amara sorpresa: parecchi campi erano recintati ed addirittura, l'accesso a molte strade, proibito; all'ingresso di esse compariva la scritta “Proprietà privata.”
Due tipi gli si rivolsero in tono freddo dicendo: “Buongiorno, signore.”
“Ma Avro e Bargo, perché mi chiamate signore? Ci conosciamo da quando eravamo bambini!”
“La smetta con la confidenza. Noi siamo delle guardie.”
“Ah sì? E che cosa guardate?”
“Basta con gli scherzi!”, urlò Avro. “E ci dica, dove è stato in tutto questo tempo?”
“Beh, saranno affari miei, no? Piuttosto ditemi voi, che cos'è quella brutta capanna, là all'ingresso del villaggio... non capisco.”
“Non è brutta e non è una capanna”, ribatté Bargo, “è una prigione. E' dove rinchiudiamo i criminali.”
“Bene!”, rise Orem. “Quindi quelli che recintano i campi, vero?”
“No, falso”, disse Avro. “Quelli si chiamano proprietari. Se non fosse per loro, saremmo ancora al tempo in cui....”
“Non c'era mai bisogno”, completò Orem, “di litigare, perché ognuno si prendeva da bravo amico, solo quello che gli serviva, ma mai più di quello: e senza togliere niente a nessuno. E senza accumulare.”
Ma che dice?!”, urlò Bargo, “quello era quando eravamo ancora dei primitivi, gente che credeva ancora all'esistenza dei dinosauri!”
“Sentite”, replicò uno stanco Orem, “non faccio un bagno da 57 giorni e da 57 giorni non vedo mia moglie. Io vado a casa. Buongiorno.”
Mentre raggiungeva casa sua, pensò che uccidere Zummi era stato inutile: bisognava unirsi in tanti ed in tanti distruggere sia le maledette recinzioni sia quella nuova tribù, quella dei recintatori.
Ma certo, pensò, prima avrebbe dovuto far ragionare gli altri... là al villaggio. E lui aveva sempre qualcosa che lo tormentava.
E non faceva un bagno da 57 giorni.
E non si sdraiava sulle pelli con sua moglie da altrettanti giorni.
Ed era tanto, tanto stanco.




giovedì 21 luglio 2016

I miei rapporti con maggio e con giugno


Maggio e giugno (giugno soprattutto fino alla 1/a metà ) sono i miei mesi preferiti.
Questo anche se, istintivamente, preferisco i mesi estivi: il mare ed il sole della 2/a metà di giugno, luglio, agosto e buona parte di settembre, hanno su di me un effetto davvero rigenerante.
Inoltre, per me è quasi impossibile soffrire il caldo...
Ma maggio e la prima metà di giugno possiedono qualcosa che va oltre l'estate: intendo dei colori più tenui, più morbidi, un senso di liberazione che coincide con la fine della scuola e che quando corro, mi fa sentire più libero e vivo.
Quando andavo ancora al liceo (accidenti, mi sono diplomato nel 1981, un'eternità!) dopo cena io e gli amici scendevamo sotto casa ed alla luce dei lampioni, organizzavamo delle indiavolate partite di calcio.
Be', quando ripenso a quel periodo, quando ripenso al sollievo addirittura fisico che provavo per la fine delle lezioni, allora riesco a capire i ragazzini.: ricordo che lo sono stato anch'io e ricordo quanto mi pesasse non tanto lo studio, quanto l'ordinamento quasi militare della scuola.
Soprattutto, mi pesava l'atteggiamento distaccato di certi/e della mia classe... che appartenevano alla Cagliari-bene di allora.
Ma col tempo e col mio studio, con le mie letture, la mia scrittura, col mio lavoro!, ho capito ancor di più quanto ci fosse di fasullo in loro. Ho capito quanto sia bello guadagnarsi da vivere con le proprie forze, con la propria intelligenza, senza dover niente a famiglie potenti ed ammanigliate come le loro.
Vabbe', polemica chiusa (in attesa della prossima)!
Un'altra cosa che amo di maggio e di giugno è passeggiare in città e vedere e sentire il volo ed il canto degli uccelli (ma questo anche stando alla finestra): volo e canto che in quei mesi trovo particolarmente fantasiosi e musicali e che davvero, mi tolgono qualcosa di pesante dalla mente e dal cuore.
Ah, lo so: sto scrivendo come Liala!
Allora andiamo avanti.
Maggio e giugno mi riservano dei tramonti meno infuocati di quelli estivi e senz'altro meno malinconici e tristi di quelli autunnali ed invernali.
Inoltre, è bellissimo osservare la città dall'alto dei bastioni e seguire la scia delle navi che abbandonano lentamente il porto, scomparendo all'orizzonte come delle bizzarre formichine d'acqua.
E' inebriante (ah, di nuovo il fantasma di Liala!), è inebriante, dicevo, stare in balcone mentre la natura si mette l'abito da sera...
“Permette questo ballo, Madama Natura?”
“Volentieri, messere. Anche se (non me ne voglia) spesso lei, con la sua voce ululante e la sua armonica sferragliante, ha un po' disturbato il mio riposo...”
“La prego di perdonarmi, Monna Natura. Sa, il lavoro precarissimus, gli anni che passano ed una qualche mia tendenza all'ipocondria, hanno spesso causato atteggiamenti che lei può aver trovato irrispettosi. Mi scusi. Davvero.”
“Ah, messere, la vita è troppo breve, talvolta perfino bella, perché la si sprechi coi sensi di colpa. Dunque, danziamo!”
In maggio ed in giugno io ballo molto: e non mi serve neanche la musica.


giovedì 30 giugno 2016

Simpatico infernale valzer italiano


In Piazza della Loggia, a Brescia,
nessuno dica che non ci sia,
che non ci sia stata la democrazia:
là si è lavato il sangue della povera gente...
subito dopo averlo sparso!
Le prove fanno male,
le prove non sono belle:
ecco perché furono eliminate
e qualcuno rise a crepapelle.

I nuovisti sono tanti,
i nuovisti sono sempre nuovi:
anche quando sono vestiti di nero,
poi di rosso finto-finto
quindi di schermi tv e risate telecomandate
o anche di comico qualunquismo.

A Bologna salta in aria una stazione
ma è stato solo un cerino:
lo dice chi è da venerare
e noi lo dobbiamo anche stare ad ascoltare,
a Bologna bruciano 80 vite
ma gli armadi che si devono aprire
sono a prova di ogni cacciavite.

Pasolini fatto a pezzi ed anche di più
come se un ragazzotto qualsiasi
potesse essere più forte di Manitù,
riapri per un momento l'inchiesta
ma chiudila subito,
ci sono occhi e cervelli che...
vedi Gramsci ma vedilo bene
per 20 anni non devono funzionare,
ancora meglio se puoi farli crepare.

A Portella della Ginestra la Sicilia era bella,
soprattutto quando i mitra iniziarono a cantare:
allora fu l'apocalisse
ma per certi un'apoteosi, un gran trionfo...
in questo caso la strage made in Italy
stracciò quelle a stelle e a strisce.

Il cugino del bandito Giuliano
disse al giudice:
“Ma non lo sa, signor presidente,
che noi, lo Stato e i carabinieri
siamo come il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo?”
Non aveva letto né Abelardo né Tommaso
ma forse sapeva qualcosa
e non parlava a caso.

Ora tu comandante seduto in poltrona
con in mano un bicchiere di whisky di malto
pensi che con questi miei strali
io abbia perso un po' di smalto,
forse tu pensi che non posso
accusare tutti d'essere dei pescecani,
certo tu pensi che devo stare calmo
se non voglio fin d'ora
una bella lastra di poetico marmo...

Ma come Pasolini ti dico: “Io so.”
Io che come lui non ho le prove
ti dico: segui il filo del sangue,
segui la polvere della droga,
segui lo squallido profumo del sesso a pagamento
e non mancare di notare
la cenere di voti rubati, bruciati o negati
e la brace ormai spenta
di libri fatti a pezzi
perché denunciavano certa violenza,
segui il bagliore equivoco di tv vendute
e vedrai da te
chi ha scatenato
questo simpatico, infernale valzer italiano...
questo infernale valzer, che non è un mambo.


domenica 5 giugno 2016

“Infanzia, adolescenza e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano”, di Luigi Comencini (1969)


Principali interpreti: Leonard Whiting (Casanova), Maria Grazia Buccella (la madre), Raoul Grassilli (don Gozzi), Senta Berger (Fiammetta Cavamacchie).
Seguiamo il famoso seduttore ed avventuriero dall'infanzia al momento in cui, sui 20 anni, decide di gettare la tonaca alle ortiche per diventare uno sfrenato libertino.
Ma in che cosa può consistere, oggi, il fascino di quest'uomo... a 218 anni (1798) dalla sua morte?
Secondo me la risposta è: Venezia. Perché in quell'intrico di stradine, canali, vicoletti, campielli, in quell'intreccio di palazzi più o meno in rovina, nei meandri di quell'architettura orientaleggiante, splendida, pericolante e pericolosa che è una scommessa giocata e vinta contro il mare, sembra che si possa vivere qualsiasi avventura.
E pazienza se come ricordano Marcello Brusegan, Maurizio Vittoria ed Alessandro Scarsella nel loro Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Venezia, il “Gazzettino” denuncia la tendenza di certa cinematografia a ridurre la città a: “Sfondo-bordello” delle proprie intollerabili farneticazioni.”
Certo, forse la venerazione per il sesso di Casanova era qualcosa di malato, ma credo che in lui cerchiamo soprattutto Venezia; ed insieme a quella, diamo la caccia anche alle nostre ossessioni... religiose, culturali, familiari etc. etc.: non solo, quindi, a quelle erotiche.
Ed anche quando si tratta di queste ultime, forse quel che ci tormenta davvero è la paura della morte. E' del resto quel che si chiede Bukowski nel suo romanzo Donne, se appunto il sesso frenetico non sia poi un'illusione con cui si spera di sconfiggere la Falciuta.
Comunque, Casanova è stato anche un letterato, forse anche di buon livello; le sue Memorie (scritte in francese) sono una lettura godibile e denotano uno stile sicuro e raffinato. Quando poi (come vediamo nel film) si reca in convento per conferire con le suore, lo fa in buon latino.
L'inizio, in modo che fa quasi il verso al film muto e/o in bianco e nero, ricorda le origini della famiglia Casanova; come avrebbe detto mia nonna: “Non erano farina da far ostie.” La mamma, per es., abbandona quasi subito il piccolo Giacomo, per seguire la “scandalosa” carriera teatrale. Una volta tornata a Venezia, si dà da fare, con impegno poco penelopiale, per mantenere lui ed altri 3 figli... avuti ognuno con uomini diversi.
La brava e procace signora non ci mette molto per scaricare un'altra volta il figlio: stavolta col pretesto di inviarlo a Padova per gli studi.
Comencini non mostra solo la Venezia ricca ed aristocratica, ma anche quella miserabile ed abbruttita dalla fame e dominata da ignoranza e superstizione, con un popolino che assiste a spaventose operazioni chirurgiche come se si trovasse a teatro.
E' una Venezia ed un tempo in cui i nobili folleggiano in sontuosi palazzi ma chi prende i ragazzi a pensione (come capita a Giacomo) li fa dormire per terra e li nutre con cibo avariato.
Il severo ma onesto ed intelligente don Gozzi scopre il valore del ragazzo, così lo fa studiare finché non diventa abate.
Passato al servizio del potente senatore Malipiero, Giacomo accede ad una vera cucina e ad una ricca biblioteca. Presso il senatore, egli ha inoltre modo di studiare i appunto i potenti, e magari anche di indirizzarli alla vita cristiana; ma le fiamme della carne bruciano...
Prima il pur casto incontro con una novizia poi quello, carnale, con la sensuale e giocosa Fiammetta, mettono in crisi la sua vocazione. Del resto, già mentre predicava, Giacomo riceveva bigliettini d'amore!
Il colpo di grazia alla sua vita religiosa sarà poi inferto dalle cugine della novizia...
Discreta protagonista del film è la musica: talvolta soffusa come una luce riposante e confortante, talaltra briosa come un bel mix di Mozart & Vivaldi.
La recitazione degli attori e delle attrici: mai sopra le righe, ma mai fredda; anzi naturale anche nelle vicende più rocambolesche.
Il Casanova di Comencini è un bel filibustiere, ma tutto sommato, onesto: capisce di non esser fatto per la vita religiosa, così evita l'ipocrisia e la simulazione.
Infine: Comencini aveva a disposizione donne come la Buccella, Tina Aumont, Silvia Dionisio...
Per non parlare di Senta Berger, che con la sua gioiosa e giocosa sensualità, ha meritato davvero l'appellativo di Venus viennensis, Venere viennese. L'unico appunto che potrei rivolgere al regista, è solo quello d'averla fatta comparire (stavo per scrivere apparire) poco... Peccato!
Comunque, Comencini non ha abusato dell'avvenenza delle signore, puntando molto di più sulla trama.
Per me, anche a distanza di 47 anni, questo film ha mantenuto tutta la sua freschezza: il sapiente intreccio, poi, del registro drammatico e di quello brillante ne ha fatto (secondo me), un classico.



sabato 21 maggio 2016

L'amore e la dialettica


Era passato tanto tempo da quando lei e Pietro erano stati giovani e la vita sembrava tutta una musica, una poesia, una danza, una lunga festa, anzi una gioia infinita.
Lei ricordava ogni minuto, ogni istante di quel periodo felice... le lunghe letture, le conversazioni accese ed insieme amabili, le lunghissime notti d'amore ed anche l'amore fatto nei luoghi sacri... cosa però di cui non si era mai pentita, come gli aveva scritto. Certo, scandalizzandolo.
Poi Dio aveva mostrato uno dei Suoi tanti volti: il più crudele.
Così, a vent'anni, su comando del suo amato Maestro Pietro Abelardo, prese la via del monastero.
Forse pochi avrebbero mai saputo che nel pensiero di quel profondissimo filosofo, il suo Pietro, c'era anche tanto della piccola Eloisa.
La parola dialettica non aveva forse come senso e radice la parola due? Due: un uomo ed una donna che come lei e Pietro si erano amati, insieme avevano riflettuto e con-diviso tutto.
Allora che meraviglia poteva o doveva destare il fatto che la filosofia del grande Abelardo fosse frutto anche dell'amore che l'aveva legato alla sua donna?
Ma per amor suo lei, Eloisa, era disposta a lasciare a lui tutta la gloria.
Le rondini volavano sopra le torri di Notre-Dame, si rincorrevano nel cielo disegnando figure di una geometria strana, incredibile, imprevedibile... eppure dolcissima: quasi come le poesie che le scriveva il suo Pietro, il più grande Magister (maestro) e filosofo di Parigi e forse d'Europa.
Per lei, veder scorrere la Senna era sempre un grande spettacolo. Un fiume, pensava, è davvero un simbolo del tempo... quell'acqua che scorre e va, instancabile, e che non torna più...
Smise di pettinarsi per qualche istante e pensò che doveva aver detto qualcosa di simile... chi, forse Eraclito?
Sono così, rifletté, anche la vita e l'amore: almeno quando è sincero... ogni bacio, ogni abbraccio è sempre nuovo e sempre diverso, una continua sorpresa: eccitante e confortante insieme.
E così dovrebbe essere anche la filosofia.
Prevalevano invece i saccenti, gli uomini e le donne dal cuore freddo e dalla mente piena di formule ammuffite. Vincevano i cavillatori che si ritenevano furbi: e lo erano, ma solo in quanto manica di imbroglioni... corvacci sleali che ti costringevano a giocare a carte scoperte, mentre tenevano le loro ben coperte!
Volgari anzi volgarissime cornacchie che si avventavano sul tuo cuore per beccare via ogni grammo di sentimento, viscidi serpenti che soffiavano sulla tua mente per avvelenare col loro fetido fiato ogni traccia di sincera ricerca della verità.
Ma il mio Pietro ha detto: “Dichiariamo che tutto ciò che esporremo non è verità ma ombra della verità. Solo Dio conosce ciò che è vero; io ritengo invece di dover dire ciò che è verosimile.”
E per quanto riguarda me, io accetterò qualsiasi angoletto di cielo il Signore vorrà, spero, riservarmi.
Tutto il resto non è che vanità, dolore, solitudine, equivoco, pericolo e molte volte, anche angoscia... spesso mortale.
Si tratta di pietanze che noi due abbiamo gustato ad nauseam, davvero fino alla nausea; ma l'amore e la dialettica sono cibi senz'altro migliori.
Io sono serena: accada quel che deve e soprattutto, ciò che è giusto. Solo il tempo, quel grande fiume, porterà ad ognuno il premio o la condanna.
Almeno, questo è quel che credo.