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martedì 21 marzo 2017

“Luce dei miei occhi” (2001), di Giuseppe Piccioni


Protagonisti: Luigi Lo Cascio (Antonio), Sandra Ceccarelli (Maria), Silvio Orlando (Saverio), Barbara Valente (Lisa), Tony Bertorelli (Mario).
Su tutti spicca la Ceccarelli, bella (diciamo pure bellissima), ma soprattutto naturale e davvero credibile nella complessità dei ruoli di madre, amante di Antonio, lavoratrice, donna alle prese con tutta una serie di debiti, scadenze e taglieggiata da un capobanda... inoltre in lotta con amanti che la fanno soffrire tenendola a distanza.
Forse questa è la condizione di tante donne che spesso devono diventare molto dure proprio per crearsi una sorta di corazza per proteggere sé stesse, il loro lavoro e/o i figli.
Poi ci siamo noi uomini che liquidiamo il loro dolore col marchio dell'”emotività” o “insoddisfazione” femminile. Ci siamo noi che magari ci proviamo, come se con le donne non si potesse far altro.
Nel dipingere il personaggio di Maria, non dimenticherei la “mano” del regista, che ha osservato le vicende dall'esterno, con grande delicatezza, direi... con pudore.
Molto valida anche la sceneggiatura, sempre di Piccioni e di Umberto Contarello, perché fa parlare gli attori senza far dire loro troppo. Anche quando parlano molto, il loro non è mai un dire banale o ripetitivo: è invece una sorta di lavoro di scavo su sé stessi, che può anche sembrare una confessione... ma senza ricerche di comodi alibi o di facili assoluzioni.
Soprattutto Maria è spesso (sia nei confronti di sé stessa sia in quelli di Antonio) impietosa, dura, per niente conciliante.
Eppure, lei è anche molto fragile: la scena in cui, dopo aver litigato con uno dei suoi amanti, balla ubriaca e disperata sotto la pioggia, lascerebbe indifferente solo un pezzo di granito.
Di fronte ad un'attrice come questa, perfino l'Antonio interpretato da Lo Cascio, rischia di rimanere sullo sfondo.
Ma in realtà, Antonio è proprio uno che nella sua vita ha scelto questa dimensione: quella della presenza che è anche assenza.
In un mondo in cui tanti cercano di primeggiare, spesso ben al di là dei loro effettivi meriti o delle loro reali capacità, lui assume una posizione davvero defilata.
Anche quando aiuta Maria col suo taglieggiatore (rischiando del resto di finire in guai grossi), non le dice mai niente: e neanche quando, come dichiara il verme, potrebbe avvantaggiarsene per “portarsela a letto.”
Antonio è un malinconico ed uno che soffre in silenzio, è un uomo che ha mantenuto una sorta di purezza e che vorrebbe risparmiare agli altri il male. Un personaggio quasi dostoevskiano, un Raskolnikov senza però la lucida, terribile coerenza che porta il protagonista di Delitto e castigo all'omicidio.
Maria gli dirà: “Tu sei troppo sentimentale”, e lui, col suo sorriso triste: “Lo so.”
Solo questo, in assoluta semplicità e senza cercare di giustificarsi né di vantarsi.
Forse proprio questa semplicità gli permette di entrare in contatto con la figlia di Maria: è quel modo di essere (quello dei bambini) che crescendo, finiamo per perdere.
Ora, non che i bambini siano sempre e soltanto semplici, ma c'è in loro un modo di credere e di fidarsi e di affidarsi che noi perdiamo presto.
Infine, nel film ho apprezzato il fatto che i protagonisti non siano (secondo un gergo che odio) dei vincenti. Sono delle persone che vivono e lavorano in modo molto umile: Maria in un negozio di surgelati, Antonio come autista.
Nessuno dei due può concedersi grandi lussi: al massimo, una pizza. Sono dei lavoratori che hanno accettato una vita di sacrifici, quando altri (che spesso valgono molto meno di loro) campano alle loro spalle.
Come ha dichiarato in un'intervista Giuseppe Piccioni, sono persone “senza né arte né parte”... e lui stesso si è sempre sentito così.
In realtà a loro interessa vivere con dignità e senza coltivare troppe illusioni.
Alla fine, dico io, sono quelle le persone che rendono un Paese qualcosa di diverso e di migliore da un paese dei balocchi.

sabato 25 febbraio 2017

Sul fatto di scrivere


Intendo lo scrivere come un percorso, un percorso che riguarda il nostro passato, il nostro presente e ciò che tramite il passato ed il presente, ci collega al futuro.
E' qualcosa di pratico ed anche di teorico: attraverso la scrittura scaviamo in noi stessi e troviamo le possibili soluzioni a ciò che viviamo e che vivremo. L'Inchiostrante Signora ci fornisce delle risposte anche per il nostro passato.
Certo, tutto dipende dalla nostra sincerità, oltre che dalla nostra intelligenza (se non genio); la penna è come la bacchetta del rabdomante... se non possiedi il dono, non troverai l'acqua.
Ma secondo me, quando scrivi, la prima dote che devi possedere è proprio la sincerità: senza, non farai che ingannare gli altri e te stesso. Chi è sincero, può anche non essere un Dante o un Joyce: però non mentirà. Ed in un mondo di insopportabili imbroglioni, non è poco...
Sì, chi scrive può anche inventare: il che non equivale a mentire; mente chi voglia imbrogliare qualcuno, non chi intenda raccontare qualcosa col fine dichiarato di divertirlo, incuriosirlo e così via.
Bene, secondo Hubert Selby Jr., in un romanzo è fondamentale l'incipit o ouverture (rispettivamente “inizio” e “apertura”).
Devo dire che personalmente, non riesco ad appassionarmi alla questione... un romanzo può avere un ottimo incipit, e per il resto, essere mortalmente noioso.
Secondo me, l'incipit è molto importante in campo musicale: un rock che inizi con un bel riff di chitarra ritmica, qui penso per es. a quello di Satisfaction dei Rolling Stones, dà il tono a tutto il pezzo.
Stesso effetto produce la chitarra solista in Adam raised a Cain di Springsteen e della “E” Street Band.
A questa regola (che potete chiamare uccheddiana) non sfuggono i violini della Primavera di Vivaldi.
Ma in campo letterario, la... musica cambia. Un romanzo è composto di tanti elementi, la sua è un'architettura complessa, durante la costruzione appunto di un romanzo, che ricorda parecchio quella di un amore (grazie, Fossati), anche il costruttore cambia. E parecchio.
Così, quell'incipit che magari allo scrittore sembrava meraviglioso, qualche mese dopo gli causa attacchi di panico o addirittura conati di vomito... perché mentre continuava a scrivere la sua opera, la sua vita prendeva un'altra direzione. Una direzione che ha portato vita e scrittura a divergere.
Mentre la musica è per sua stessa natura più istintiva, al romanzo (ed alla letteratura) spetta il compito più ingrato: togliere il morso e le briglie alle emozioni, ma cercare nello stesso tempo di cavalcarle in modo non solo libero e selvaggio.
Però, pensate un po': volevo scrivere un pezzo magari amaro che doveva essere anche un inno al conforto che ci dà la scrittura; ne ho scritto uno sul professorale andante!
Mentre finivo di scrivere, sentivo che dalla penna mi stavano spuntando delle battute. Bene, sono rimaste perlopiù nella penna, come fanno i soldi... che rimangono in banca, quando a chiederli sono i poveracci...
Ora che il pezzo è finito ho iniziato a scherzare.
Voi ci capite qualcosa?

martedì 31 gennaio 2017

Le giornate nuvolose


Di solito, le giornate nuvolose mi annoiano; non mortalmente, però le trovo abbastanza fastidiose.
Mi interessano (anche molto) quando tra le nuvole spunta qualche raggio di sole. Dato che sono una persona che tutto sommato, si accontenta, non pretendo che il cielo diventi immediatamente estivo o primaverile; può andarmi bene anche qualche raggetto di solicello.
Le nuvole, però, mi fanno venire sonno e ad una cosa come questa, penso che non ci sia rimedio; in ogni caso, non uno che io conosca. Ed anche se dovessi conoscerlo, penso che avrei troppo sonno per applicarlo.
Tuttavia, sono un amante del sonno che per questioni di famiglia, lavorative e di scrittura, dorme molto meno di quanto vorrebbe. Sulla questione la penso come il padre Brown di Chesterton: “Il sonno è quasi un sacramento.”
Be', vedremo come andrà quando sarò vecchio.
Però alle care giornate nuvolose, riconosco almeno un merito: quello di ricordarmi il tempo... quello strano intreccio di giorni, pensieri, progetti e sentimenti; altrettanti e strani attori, quelli, che sul palcoscenico della vita recitano la commedia-tragedia della vita.
Una commedia-tragedia che spesso è misteriosa e molte volte, anche mortalmente noiosa.
Ma in fondo, io conosco poco la Signora Noia.
Ho conosciuto le Signore Malinconia, Rabbia e Tristezza, ma proprio Madame Noia, no. Poca voglia di gingillarmi, tutto qua: non voglio spacciarmi per una persona esemplare o per uno stakanovista.
Potrei fare lo stesso discorso per l'ozio: ogni volta che sono tentato di arrendermi a lui, penso che così mi sottrarrebbe del tempo prezioso... oltre che per il lavoro, anche per scrivere, leggere, correre, passeggiar, ascoltare musica etc. etc.
Le giornate nuvolose, comunque, hanno almeno questo di bello: sembra che sospendano il tempo, e mi fanno credere di essere morto e vivo contemporaneamente.
Per essere più preciso, durante quelle giornate mi sembra di osservare la vita da un punto molto, molto lontano. E tutto sommato, in momenti come quelli, riesco a controllare i miei stati d'animo negativi.
Alla fine, si può dire che 'ste benedette giornate nuvolose servano a qualcosa anche loro, povere cocche!

domenica 22 gennaio 2017

Un'anguilla da 300 milioni" (1971), di Salvatore Samperi


Questo film non rimarrà nella storia del cinema, ma è molto gustoso ed anche quando inclina ad un certo macchiettismo (la figura per es. del prete), mantiene un certo garbo.
Ci parla della provincia veneta e benché qui Samperi non intendesse realizzare una pellicola socialmente impegnata, comunque qualche spunto di riflessione c'è.
Ma ripeto: il film è soprattutto gustoso e garbato. Secondo me, appartiene a quel tipo di cinema che sapeva esser graffiante, ma nello stesso tempo, divertente: penso per esempio a quello di Monicelli.
Ora, ci troviamo nelle valli di Caorle, dove vive il Bissa (al secolo Giovanni Boscolo), interpretato da Lino Toffolo. Egli è un ex-partigiano che vive con una pensione di invalidità, è un pescatore che però per la grama vita che conduce, spesso pesca di frodo. Inoltre, oltre che le anguille, cerca di vendere anche delle rane.
La vita del Bissa, che sta in una capanna a poca distanza dall'acqua, trascorre sempre uguale: lavoro, quattro chiacchiere con gli amici davanti ad un bicchiere di vino, ancora lavoro, chiacchiere, vino, freddo, lavoro, vino...
Questa vita è movimentata da una sorta di gioco a rimpiattino col guardia pesca che cerca invano di coglierlo con le mani nel sacco. Infatti per il Bissa una delle poche fonti di sostentamento è data dalla pesca delle anguille, che però (dove vive lui) è proibita.
Lui è comunque un povero diavolo, ma in modo non del tutto ingenuo, si chiede se dopo tutti i morti della Resistenza, i lavoratori (pescatori inclusi), non avrebbero meritato miglior sorte.
L'esistenza del Bissa è però addolcita dal legame con una bellissima vedova, la Contessa Spodani (Senta Berger): beninteso, non si tratta di una storia d'amore. Inoltre, quel legame non si basa sulla fedeltà.
Infatti la nobildonna spiega al Nostro con adorabile candore: “A me piace fare l'amore, ma mio marito voleva redimermi. Ma chi vuol essere redenta?”
E lui, con aria comicamente solenne: “Fare l'amore è necessario.”
La Contessa prosegue: ”Lui non voleva lasciarmi andare, diceva che senza di me sarebbe morto. Per questo gli ho sparato.”
Inoltre, i convegni amorosi tra il pescatore e la disinibita sangue blu avvengono... in cimitero! Come avrebbe detto Totò: “Il paese è piccolo; la gente, mormora.”
Talvolta le chiacchiere al bar prendono una piega qualunquista e giustizialista, quella stessa che come ha scritto il filosofo Remo Bodei, prima si sentivano nei “locali da ritrovo”, ed ora passano per buon senso: cioè il bisogno della pena di morte, la superiorità del valori religiosi, della famiglia, l'immoralità delle donne etc. etc.
Si tratta però di chiacchiere in libertà, stimolate solo dal vino, e che comunque non impediscono a chi le fa, di riprendersi subito.
Questo quadro, monotono ma in un certo senso consolante, cambia quando dal Bissa si presenta Vasco (Gabriele Verzetti), ex-comandante partigiano che affida “per pochi giorni” al Bissa la figlia Tina (Ottavia Piccolo).
Vasco confida al vecchio compagno d'arme che Tina deve disintossicarsi dalla droga e liberarsi dalle “cattive compagnie.”
Ma ben presto vediamo che lei è una ricca e viziata ragazza borghese, che diventa il tormento del Bissa e del suo socio Lino (Rodolfo Baldini).
In questa situazione non manca però l'umorismo, come quando Tina vede il Bissa alle prese con una pentola e commenta, schifata: “Blah!”
“Questa è polenta...”
Voglio lo yogurt!”
Il Bissa ribatte: “No, no, no: il Vasco ha detto niente porcherie e niente droga.”
Non racconto il resto del film, ma sappiate che sul tronco della commedia si innesta anche dell'altro, che volge quasi al giallo, e che racchiude anche del cinismo.
Ma se trovate un po' di tempo, gustatevi questo film: ne vale davvero la pena!

sabato 24 dicembre 2016

Le mie palle di Natale


Una delle prime immagini che ho del Natale è, in effetti, una situazione: bambino, nella mia camera ed al buio, passo un dito sul vetro appannato... stupendomi del fatto che si potesse scrivere anche così.
Secondo me quella situazione rispecchia molte bene quella strana, meravigliosa ed in certo senso anche logorante esperienza della scrittura, che come diceva egregiamente Artaud, può anche essere una malattia. Ma una malattia (aggiungo io) da cui chi scrive spera proprio di non guarire mai!
Tuttavia, secondo me la scrittura equivale proprio a tracciare segni e figure su un vetro appannato: in poco tempo, i nostri dialoghi, le nostre metafore, immagini etc. etc. possono dissolversi o scomparire. Così, come volte, capita anche alla vita.
Tutto sommato, del Natale non mi dispiace neanche l'aspetto forse meno importante: i pranzi, le cene, i regali, la musica e così via.
Certo, per chi è solo e/o malato, c'è poco da festeggiare... E diciamo la verità, a loro pensiamo poco perfino a Natale.
Inoltre, questa che dovrebbe essere una grande festa religiosa e popolare, è stata trasformata in un rito consumistico.
Quanto all'essere “tutti più buoni” proprio in questa occasione... lasciamo perdere! Bisognerebbe esserlo sempre, mi pare.
Ma non voglio salire sul piedistallo di una bontà che peraltro, non posseggo.
Allora dico: il Natale può darci la possibilità di essere almeno un po' meno ottusi, indifferenti e cattivi. E sia chiaro, questo vale anche per me.
Nello stesso tempo, non voglio cadere nell'altro errore: quello cioè di fare, su questa festività, del sarcasmo: magari per sembrare un tipo realistico, “moderno” o addirittura, cinico.
Questo anno, nella letterina che ho scritto a Babbo Natale ho chiesto (da quella persona originale che sono) le stesse cose di sempre: pace, lavoro, giustizia e salute. Per me e per tutti, perché se stai bene tu mentre gli altri stanno male, allora sì che sei cinico! E sei anche qualcos'altro che per spirito natalizio, preferisco che rimanga nella mia penna...
Ultima palla di Natale: mi piace immaginare che quando saremo seduti a tavola, in qualche modo, in un modo cioè che non so spiegarvi neanch'io, ci siano anche tutte quelle persone che per malattia, età o disgrazia hanno dovuto lasciarci.
Diceva nel suo libro Utopia Thomas More che i nostri cari, solo perché muoiono, non per questo vanno davvero via: essi anzi rimangono vicino a noi. Semplicemente, non li vediamo.
Quindi, perché non pensarla così?
Questo pensiero mi sembra il modo migliore per trascorrere il Natale o almeno, tutt'altro che una palla di Natale.




domenica 18 dicembre 2016

"Caino", di Josè Saramago


Si tratta di un romanzo dello scrittore portoghese e premio Nobel per la letteratura 1998 J. Saramago (1922-2010). Il suo Caino è un uomo che benché non sia certo fiero d'aver ucciso il fratello, è fortemente turbato dalla “giustizia” del Signore.
Nel denunciare quella giustizia, il Caino di Saramago discute con Dio a per tu e spesso, dal testo, spunta un umorismo sottile e gustoso.
Per es. il primo battibecco tra Adamo ed Eva, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, mette in luce una donna per niente sottomessa al marito...
“Su ciò che il Signore possa o non possa, non sappiamo niente.” (Adamo).
“In tal caso, dovremmo forzarlo a spiegarsi, e la prima cosa che dovrà dirci è il motivo per cui ci ha fatto questo e a che scopo.” (Eva).
“Sei matta.”
“Meglio matta che paurosa.”
“Non mancarmi di rispetto”, gridò Adamo, “io non ho paura, non sono pauroso.”
“E io nemmeno, dunque siamo pari, non c' è altro da discutere.” (Eva).
“Sì, ma non ti scordare che chi comanda qui sono io.”
“Sì, è ciò che ha detto il signore”, convenne Eva, e assunse l'aria di chi non aveva aperto bocca.
In seguito Eva si sente davvero bene perchè: “Sperimentava, nello spirito, qualcosa che forse era la felicità, o che almeno somigliava molto alla parola.”
Ecco: la parola, che in greco si dice logos, termine che significa anche ragione.
Vi è poi della simpatica malizia quando lei, che insieme allo sposo muore proprio di fame, va a cercare del cibo alle porte del Paradiso... ed avviene una sorta di seduzione da parte del cherubino di guardia. O fu Eva a sedurre lui?
Comunque: “Quando Abele nascerà, tutti i vicini si stupiranno del roseo biancore con cui è venuto al mondo, come se fosse figlio di un angelo, o di un arcangelo, o di un cherubino, non sia mai.”
I rapporti poi tra Caino ed Abele saranno pessimi. Abele parla di sé come di un essere superiore e le sue offerte al Signore sono sempre accettate alla grande; quelle di Caino, invece... L'Abele di Saramago, più che una povera vittima innocente, sembra un dannatissimo Gastone: sì, proprio il rivale di Paperino. Vien voglia di spaccargli la faccia, o la testa.
Dio scopre Caino che però Lo accusa d'aver permesso il fratricidio. La contro-accusa di Caino è insidiosa, così Dio non lo punisce riconoscendo la sua “parte di colpa” nella morte di Abele e col segno che gli imprime sulla fronte, gli garantisce che nessuno gli farà del male.
Da quel momento Caino attraversa vari luoghi e si imbatte in diversi personaggi di primo piano: Lilith, bella e focosa; Noè con la sua famiglia; la torre di Babele; Abramo; Sodoma e Gomorra, Lot e sua moglie; Giobbe ecc. ecc.
A proposito di Sodoma e Gomorra, Caino osserva che sì, da quelle parti non si trovava un solo giusto: ma nella loro distruzione furono massacrati anche i bambini. Perché?
Il romanzo prende di mira anche la giustizia umana: per es. la condanna a morte di uno “schiavo traditore” non deve turbare Lilith, in dolce attesa. Così: “Il risultato fu una sobria esecuzione per impiccagione davanti a tutta la popolazione della città.”
Troviamo anche delle questioni sociali: per es., Caino va in cerca di lavoro come pigiatore di argilla.
“Quanto guadagnerò”, domandò Caino.
“I pigiatori guadagnano tutti uguale.”
Ma io, quanto guadagnerò.”
“Questo non riguarda me, in ogni caso, se vuoi un buon consiglio, non domandarlo subito, non è ben visto, per prima cosa devi dimostrare quanto vali, e ti dico anche di più, non dovresti domandare niente, aspetta che ti paghino.”
“Se pensi che sia meglio, farò così, ma non mi sembra giusto.”
Qui non conviene essere impazienti.”
Piuttosto attuale, no?
Mi fermo qui perché il romanzo, sebbene di sole 142 pp., è molto divertente e nello stesso tempo, profondo. Non gustavo da molto un libro così...

martedì 29 novembre 2016

“La nebbia vince quasi sempre”, di Valeria Golino


Di questo film si è parlato poco, eppure è stato diretto dalla bravissima Valeria Golino ed ha avuto come protagonisti attori come Silvio Orlando, la stessa Golino, Stefano Accorsi e Sandra Ceccarelli.
Compare anche Pierfrancesco Loche, soprattutto in una sorta di monologo con cui cercherà di illustrare il senso di tutta la vicenda.
Bene, il film inizia alla periferia di una grande città del nord. Tutto il paesaggio è avvolto dalla nebbia e come assediato da rumori lontani ma che si avvicinano sempre più, per poi smettere quasi di colpo.
Dopo pochi istanti partono le prime note di State trooper di Springsteen nell'esecuzione de Is maccus (I pazzi), un gruppo rock di Cagliari. Loro presentano il brano in una versione rock-blues molto dura ed acida; notevole la frase, ossessiva e martellante, del basso.
Mentre i rumori tra la nebbia finiscono, all'improvviso compare un bus, che la Golino (nel film, Marta) prende con aria stanca, incerta. A bordo c'è un solo passeggero, Loche (Pietro).
Marta: “Ciao, Tri. Hai appena smontato, giusto?”
Pietro: “Sì, ma piantala coi diminutivi, mi danno fastidio, è roba da ricchi, da scemi. O da americani. Io mi chiamo Pietro Angioni, di anni 59, operaio specializzato, emigrato al nord nel 1972, ex-delegato Fiom, stanco, amareggiato e deluso di tutto e da tutti.” Qui fa una pausa ed aggiunge, con un sorrisetto in tralice: “Ma ancora molto, molto arrabbiato.”
Sorride anche Marta e mentre gli accarezza i capelli dice: “Il nostro Pietro, che se può avercela con sé stesso, cerca d'avercela anche col mondo.”
Ora ci troviamo a Venezia, in inverno. Lei entra all'Ospedale della Pietà, dove insegnò per tanti anni Vivaldi. Siede in chiesa ed ascolta la musica (il Concerto in sol maggiore) ad occhi chiusi. Tamburella, assorta, il tempo su un banco.
Quasi dal nulla, appare e le si siede accanto Enzo Vitiello (Silvio Orlando), che sussurra “Un abbigliamento poco consono all'ambiente, professoressa”, dice lui squadrando i jeans e la giacca in pelle, “più adatto ad un concerto rock, direi.”
Lei si irrigidisce ma apre gli occhi piano, quasi pigramente. Con distacco: “Ciao, Enzo. Vedo che non hai perso l'abitudine di dare consigli non richiesti. Da questo punto di vista, sembra proprio che per te gli anni non siano passati... pancetta, giacca e cravatta a parte.”
Lui, ridacchiando: “Be', ma allora sono quelli, i problemi? Sarebbero quelli... il look e qualche chiletto di troppo? Forza, siamo seri! Siamo seri, dai!”
Lui non riesce più a smettere di ridere; la sua risata è contagiosa ma nello stesso tempo, piuttosto irritante.
No, i problemi non sono e non sono mai stati quelli, caro avvocato.”
Ah, adesso mi chiami avvocato?”, dice lui, divertito.
Lei, ignorando quest'ultima osservazione: “I problemi sono sempre stati la fame, le bombe che cadono sulla testa delle persone sbagliate, la gente che vola dalle finestre delle questure, il razzismo che passa per buon senso, il bigottismo...”
Lui, seccato: “Marta... Marta, ti prego: la guerra è finita. Finita, capisci questa parola? E noi, quella guerra, l'abbiamo persa: ma non avremmo neanche dovuto iniziarla. Tu, poi, quando c'era bisogno di te... tu dov'eri? E ora mi vieni anche a fare la pasionaria? Lascia perdere.”
“Io non ho mai approvato i vostri sistemi, la fissazione per le armi, i tempi, gli obiettivi, le tattiche, insomma: la rivoluzione formato caserma!”, conclude lei tagliente.
Rivoluzione formato caserma!”, ripete Enzo, ridendo a crepapelle. “Buona, questa! No, dico davvero, Marta! Rivoluzione formato caserma”, ripete per un po' cercando di tornare serio. Poi, con uno sguardo furbo, anche un po' viscido: “Però, esimia professoressa De Palma, anche se non ha mai ucciso, qualche volta ha sparato anche lei...”
Vivaldi inizia a sfumare, via via Enzo e Marta scompaiono dal centro della scena. Mentre il Concerto finisce ed inizia L'estate, Marta si alza in piedi e dice, fredda: “Ci vediamo, Enzo. Arrivata all'uscita si volta e trilla con finta allegria: “Mi raccomando, saluta i nuovi compagni: mafiosi, banchieri e politici corrotti!”
Lei esce, lui rimane seduto a fissare l'altare, impassibile.
Ora Marta si trova ad Alghero: siamo solo all'inizio di settembre, ma dal mare soffia un vento molto freddo. Lei si addormenta al tavolino di un bar, cercando di godersi qualche raro raggio di sole.
“Come una vecchia”, pensa, “anzi come una vecchia alcolizzata.”
Adesso si dice alcolista, è più moderno”, le sorride Pietro, che la invita a nuotare.
Marta si tuffa dalla terrazza del bar, nuotano veloci ma senza fretta. Il sole invade tutto, si espande come “la sola magia rimastaci”, pensa lei.
“L'importante”, risponde Pietro, “è che non arrivi la nebbia: perché quella avvolge e soffoca tutti i misteri d'Italia; è come la sabbia, solo che non serve per fare i castelli. E se devi farli, i castelli, falli in aria: così non potrà distruggerli nessuno. Anche la rivoluzione era un castello in aria, ma se sai ricominciare, puoi costruirla veramente. Però devi usare il secchiello giusto. E dentro non deve esserci del ghiaccio, e neanche lo champagne di Enzo.”
Mentre si sveglia, ha un po' di mal di testa ma il freddo è scomparso. Il sole, immenso e luminosissimo, è come se fosse un altro mare.
Ora Marta si trova a Cagliari, al Binu's bar (bar del vino). Sta parlando con Daniele Zanardi, un cantante e chitarrista bolognese che la sera dopo suonerà col suo gruppo in un locale del capoluogo sardo.
Tra loro tutto un gioco di sguardi, sorrisi, ammiccamenti... ma forse non c'è niente di serio. In sottofondo, la chitarra di B.B. King: The thrill is gone. Daniele beve forte ma si mantiene lucido; Marta pensa che le piace molto, ma che per lui è troppo vecchia. Ad un certo punto le scappa da ridere, una risata contagiosa ma non falsa come quella di Enzo.
Lei: “Senti, ma che cosa diranno tutte le ragazzine che ci sono in questo locale, che sei qui con tua nonna?”
Lui ammutolisce: sembra che la battuta l'abbia offeso.
Ora è lei, imbarazzatissima, che attacca a bere forte. Non parlano per un bel po', poi, quando si alza per andarsene, lui la abbraccia e si baciano. Ora la musica sale di tono: The man in me di Dylan nella versione di Joe Cocker.
Vigilia di Natale, Marta incontra (verso l'alba) Enzo nel parcheggio di un centro commerciale. E' profumato ed elegante come sempre, ma stavolta la sua è un'eleganza un po' volgare, pacchiana.
Lei: “Come hai fatto ad avere il mio numero di cellulare?”
Lui sorride con aria ruffiana ed insieme simpatica.
Lei riprende: “Sai che per una cosa del genere potrei denunciarti?”
“Marta, solo mentre mi faccio la barba posso trovare 7 o 8 sistemi per farla franca; e magari anche per incasinare te.”
Lei: ” Ah, sì, certo: dimenticavo che tu sei l'avvocato di grido, deputato e presto senatore...”
Lui, con aria di sufficienza: “Ci risiamo: la solita invidia di chi è rimasta una professoressa delle scuole medie.”
Stavolta lei non ribatte, aumenta il volume della radio: ecco Panama di Fossati; il pezzo si trova poco oltre la metà, lei lo canticchia distratta, lo sguardo lontano.
Riprende: “Enzo, se non sbaglio, una volta lasciavi che fossimo noi quelli che andavano a sparare ed a farsi sparare.”
Ma allora, se sei tutta questa grande rivoluzionaria”, dice lui alzando la voce, “si può sapere perché diavolo te ne sei andata? Eh?! Si può sapere? Mi chiedo se sia mai possibile conoscere 'sta gran verità!
“Semplice. Per me il terrorismo non c'entrava niente con la rivoluzione. Ma io ho lasciato quando (ucciso Moro) sembra che avessimo il Paese in pugno; non quando, come hanno fatto certi avvocaticchi di mia conoscenza, la barca stava affondando.”
Lui, con voce stridula: “Non ti permetto di chiamarmi avvocaticchio! Non osare, guai a te! Tu non sei nessuno per parlarmi così, hai capito? Nessuno!
Ora Marta tace e rivede le scene di una vecchia gita in barca, quando loro due frequentavano ancora l'università. Poi rivede alcune scene del '77, risente la musica di quegli anni, rivede il volto di Curcio, quello di Berlinguer, risente sua madre che la saluta alla stazione di Portici, si rivede leggere quel passo di Abelardo: “Il merito e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione, ma nell'intenzione. Spesso infatti la stessa cosa viene fatta da persone differenti, ma da una con giustizia e dall'altra con malvagità.
Compaiono tante altre immagini, suoni e persone: una vera folla.
Ora Marta fissa Enzo mentre inserisce nello stereo un cd di Corelli, scende dall'auto ed estratta dalla tasca interna del giubbotto una pistola, fa fuoco 3 volte.
Inizia il cd, lei si allontana verso lo stagno che lambisce il parcheggio; fatti pochi passi, spara un 4° colpo verso il cofano dell'auto, che esplode. Quindi lancia l'arma verso l'auto in fiamme.
Raggiunto lo stagno, vede arrivare una barca: a bordo c'è Pietro.
“Un passaggio?”, fa lui, ridendo.
In pochi istanti Pietro si allontana dalla riva; voga con aria concentrata ma anche molto rilassata: Non parlano per un po', quindi lui: “Sai che cosa mi manca di più, ora che sono morto? La batteria ed il vento tra i capelli.”
Lei sorride, lui aggiunge: “Ed anche tu che mi accarezzavi i capelli.”
Lei sospira: “Lascia stare, Pietro... piuttosto, secondo te perché Enzo ha voluto rivedermi?”
Mah, forse per dirti quella frase che gli piaceva tanto: la guerra è finita. O perché, a modo suo, ti voleva bene.”
“Ma io l'ho ucciso. Ed ora devo andare a costituirmi, o anche questo fatto sarà inghiottito dalla nebbia, che vince sempre. O quasi sempre.”
Pietro: “Marta... li senti, i grilli? Una volta questa era una laguna, la laguna di Santa Gilla. La gente pescava e viveva qui; mio nonno diceva che si andava a Cagliari in barca. I grilli, però, quelli non me li spiego.”
In sottofondo Cold cold ground di Tom Waits.
“Pietro, ma non sarò morta anch'io?”
“Tu che cosa ne pensi?”
“Penso... ecco, che non basta parlare coi morti, per esserlo. Del resto, non è detto che vivere coi vivi significhi essere vivi. Comunque, Enzo non avrebbe dovuto metterti in casa tutte quelle armi e quegli esplosivi.”
Soprattutto, non avrebbe dovuto fare quella telefonata anonima alla polizia”, borbotta Pietro. “In ogni caso (anche se per me sbagliavate), ora pensaci bene prima di costituirti: si dice che in prigione ne suicidino tanti.”
Intanto la nebbia avvolge pian piano lo stagno. Mentre sembra che la barca stia puntando verso il mare, le note di Waits sfumano.
Non si sa che cosa farà Marta: ha compiuto il suo atto di giustizia, o di malvagità. E nessuno conosce la potenza della nebbia, o i suoi limiti.

La recitazione della Golino è stata intensa e talvolta, trasognata ma anche molto concreta e realistica. La sua Marta è fragile ed insieme durissima.
Orlando ha sfoderato un lato istrionico che ha reso perfettamente la “viscidità” del personaggio.
Accorsi è comparso poco, esibendo però una fisicità tormentata, dubbiosa.
Loche ha rispecchiato tutte le difficoltà e le speranze di una generazione, oltretutto con una certa autoironia.
Grande anche la Ceccarelli (Silvia Martini), collega di lavoro e sicura amica di Marta.
La colonna sonora: un originale e coraggioso mix di rock, blues e classica, peraltro sempre al servizio del film.

Spero che la recensione del film vi sia piaciuta.
Peccato che non sia mai stato girato!
Sì, ho inventato qualche scena e steso alcune tracce per una sceneggiatura...
A presto!