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martedì 29 novembre 2016

“La nebbia vince quasi sempre”, di Valeria Golino


Di questo film si è parlato poco, eppure è stato diretto dalla bravissima Valeria Golino ed ha avuto come protagonisti attori come Silvio Orlando, la stessa Golino, Stefano Accorsi e Sandra Ceccarelli.
Compare anche Pierfrancesco Loche, soprattutto in una sorta di monologo con cui cercherà di illustrare il senso di tutta la vicenda.
Bene, il film inizia alla periferia di una grande città del nord. Tutto il paesaggio è avvolto dalla nebbia e come assediato da rumori lontani ma che si avvicinano sempre più, per poi smettere quasi di colpo.
Dopo pochi istanti partono le prime note di State trooper di Springsteen nell'esecuzione de Is maccus (I pazzi), un gruppo rock di Cagliari. Loro presentano il brano in una versione rock-blues molto dura ed acida; notevole la frase, ossessiva e martellante, del basso.
Mentre i rumori tra la nebbia finiscono, all'improvviso compare un bus, che la Golino (nel film, Marta) prende con aria stanca, incerta. A bordo c'è un solo passeggero, Loche (Pietro).
Marta: “Ciao, Tri. Hai appena smontato, giusto?”
Pietro: “Sì, ma piantala coi diminutivi, mi danno fastidio, è roba da ricchi, da scemi. O da americani. Io mi chiamo Pietro Angioni, di anni 59, operaio specializzato, emigrato al nord nel 1972, ex-delegato Fiom, stanco, amareggiato e deluso di tutto e da tutti.” Qui fa una pausa ed aggiunge, con un sorrisetto in tralice: “Ma ancora molto, molto arrabbiato.”
Sorride anche Marta e mentre gli accarezza i capelli dice: “Il nostro Pietro, che se può avercela con sé stesso, cerca d'avercela anche col mondo.”
Ora ci troviamo a Venezia, in inverno. Lei entra all'Ospedale della Pietà, dove insegnò per tanti anni Vivaldi. Siede in chiesa ed ascolta la musica (il Concerto in sol maggiore) ad occhi chiusi. Tamburella, assorta, il tempo su un banco.
Quasi dal nulla, appare e le si siede accanto Enzo Vitiello (Silvio Orlando), che sussurra “Un abbigliamento poco consono all'ambiente, professoressa”, dice lui squadrando i jeans e la giacca in pelle, “più adatto ad un concerto rock, direi.”
Lei si irrigidisce ma apre gli occhi piano, quasi pigramente. Con distacco: “Ciao, Enzo. Vedo che non hai perso l'abitudine di dare consigli non richiesti. Da questo punto di vista, sembra proprio che per te gli anni non siano passati... pancetta, giacca e cravatta a parte.”
Lui, ridacchiando: “Be', ma allora sono quelli, i problemi? Sarebbero quelli... il look e qualche chiletto di troppo? Forza, siamo seri! Siamo seri, dai!”
Lui non riesce più a smettere di ridere; la sua risata è contagiosa ma nello stesso tempo, piuttosto irritante.
No, i problemi non sono e non sono mai stati quelli, caro avvocato.”
Ah, adesso mi chiami avvocato?”, dice lui, divertito.
Lei, ignorando quest'ultima osservazione: “I problemi sono sempre stati la fame, le bombe che cadono sulla testa delle persone sbagliate, la gente che vola dalle finestre delle questure, il razzismo che passa per buon senso, il bigottismo...”
Lui, seccato: “Marta... Marta, ti prego: la guerra è finita. Finita, capisci questa parola? E noi, quella guerra, l'abbiamo persa: ma non avremmo neanche dovuto iniziarla. Tu, poi, quando c'era bisogno di te... tu dov'eri? E ora mi vieni anche a fare la pasionaria? Lascia perdere.”
“Io non ho mai approvato i vostri sistemi, la fissazione per le armi, i tempi, gli obiettivi, le tattiche, insomma: la rivoluzione formato caserma!”, conclude lei tagliente.
Rivoluzione formato caserma!”, ripete Enzo, ridendo a crepapelle. “Buona, questa! No, dico davvero, Marta! Rivoluzione formato caserma”, ripete per un po' cercando di tornare serio. Poi, con uno sguardo furbo, anche un po' viscido: “Però, esimia professoressa De Palma, anche se non ha mai ucciso, qualche volta ha sparato anche lei...”
Vivaldi inizia a sfumare, via via Enzo e Marta scompaiono dal centro della scena. Mentre il Concerto finisce ed inizia L'estate, Marta si alza in piedi e dice, fredda: “Ci vediamo, Enzo. Arrivata all'uscita si volta e trilla con finta allegria: “Mi raccomando, saluta i nuovi compagni: mafiosi, banchieri e politici corrotti!”
Lei esce, lui rimane seduto a fissare l'altare, impassibile.
Ora Marta si trova ad Alghero: siamo solo all'inizio di settembre, ma dal mare soffia un vento molto freddo. Lei si addormenta al tavolino di un bar, cercando di godersi qualche raro raggio di sole.
“Come una vecchia”, pensa, “anzi come una vecchia alcolizzata.”
Adesso si dice alcolista, è più moderno”, le sorride Pietro, che la invita a nuotare.
Marta si tuffa dalla terrazza del bar, nuotano veloci ma senza fretta. Il sole invade tutto, si espande come “la sola magia rimastaci”, pensa lei.
“L'importante”, risponde Pietro, “è che non arrivi la nebbia: perché quella avvolge e soffoca tutti i misteri d'Italia; è come la sabbia, solo che non serve per fare i castelli. E se devi farli, i castelli, falli in aria: così non potrà distruggerli nessuno. Anche la rivoluzione era un castello in aria, ma se sai ricominciare, puoi costruirla veramente. Però devi usare il secchiello giusto. E dentro non deve esserci del ghiaccio, e neanche lo champagne di Enzo.”
Mentre si sveglia, ha un po' di mal di testa ma il freddo è scomparso. Il sole, immenso e luminosissimo, è come se fosse un altro mare.
Ora Marta si trova a Cagliari, al Binu's bar (bar del vino). Sta parlando con Daniele Zanardi, un cantante e chitarrista bolognese che la sera dopo suonerà col suo gruppo in un locale del capoluogo sardo.
Tra loro tutto un gioco di sguardi, sorrisi, ammiccamenti... ma forse non c'è niente di serio. In sottofondo, la chitarra di B.B. King: The thrill is gone. Daniele beve forte ma si mantiene lucido; Marta pensa che le piace molto, ma che per lui è troppo vecchia. Ad un certo punto le scappa da ridere, una risata contagiosa ma non falsa come quella di Enzo.
Lei: “Senti, ma che cosa diranno tutte le ragazzine che ci sono in questo locale, che sei qui con tua nonna?”
Lui ammutolisce: sembra che la battuta l'abbia offeso.
Ora è lei, imbarazzatissima, che attacca a bere forte. Non parlano per un bel po', poi, quando si alza per andarsene, lui la abbraccia e si baciano. Ora la musica sale di tono: The man in me di Dylan nella versione di Joe Cocker.
Vigilia di Natale, Marta incontra (verso l'alba) Enzo nel parcheggio di un centro commerciale. E' profumato ed elegante come sempre, ma stavolta la sua è un'eleganza un po' volgare, pacchiana.
Lei: “Come hai fatto ad avere il mio numero di cellulare?”
Lui sorride con aria ruffiana ed insieme simpatica.
Lei riprende: “Sai che per una cosa del genere potrei denunciarti?”
“Marta, solo mentre mi faccio la barba posso trovare 7 o 8 sistemi per farla franca; e magari anche per incasinare te.”
Lei: ” Ah, sì, certo: dimenticavo che tu sei l'avvocato di grido, deputato e presto senatore...”
Lui, con aria di sufficienza: “Ci risiamo: la solita invidia di chi è rimasta una professoressa delle scuole medie.”
Stavolta lei non ribatte, aumenta il volume della radio: ecco Panama di Fossati; il pezzo si trova poco oltre la metà, lei lo canticchia distratta, lo sguardo lontano.
Riprende: “Enzo, se non sbaglio, una volta lasciavi che fossimo noi quelli che andavano a sparare ed a farsi sparare.”
Ma allora, se sei tutta questa grande rivoluzionaria”, dice lui alzando la voce, “si può sapere perché diavolo te ne sei andata? Eh?! Si può sapere? Mi chiedo se sia mai possibile conoscere 'sta gran verità!
“Semplice. Per me il terrorismo non c'entrava niente con la rivoluzione. Ma io ho lasciato quando (ucciso Moro) sembra che avessimo il Paese in pugno; non quando, come hanno fatto certi avvocaticchi di mia conoscenza, la barca stava affondando.”
Lui, con voce stridula: “Non ti permetto di chiamarmi avvocaticchio! Non osare, guai a te! Tu non sei nessuno per parlarmi così, hai capito? Nessuno!
Ora Marta tace e rivede le scene di una vecchia gita in barca, quando loro due frequentavano ancora l'università. Poi rivede alcune scene del '77, risente la musica di quegli anni, rivede il volto di Curcio, quello di Berlinguer, risente sua madre che la saluta alla stazione di Portici, si rivede leggere quel passo di Abelardo: “Il merito e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione, ma nell'intenzione. Spesso infatti la stessa cosa viene fatta da persone differenti, ma da una con giustizia e dall'altra con malvagità.
Compaiono tante altre immagini, suoni e persone: una vera folla.
Ora Marta fissa Enzo mentre inserisce nello stereo un cd di Corelli, scende dall'auto ed estratta dalla tasca interna del giubbotto una pistola, fa fuoco 3 volte.
Inizia il cd, lei si allontana verso lo stagno che lambisce il parcheggio; fatti pochi passi, spara un 4° colpo verso il cofano dell'auto, che esplode. Quindi lancia l'arma verso l'auto in fiamme.
Raggiunto lo stagno, vede arrivare una barca: a bordo c'è Pietro.
“Un passaggio?”, fa lui, ridendo.
In pochi istanti Pietro si allontana dalla riva; voga con aria concentrata ma anche molto rilassata: Non parlano per un po', quindi lui: “Sai che cosa mi manca di più, ora che sono morto? La batteria ed il vento tra i capelli.”
Lei sorride, lui aggiunge: “Ed anche tu che mi accarezzavi i capelli.”
Lei sospira: “Lascia stare, Pietro... piuttosto, secondo te perché Enzo ha voluto rivedermi?”
Mah, forse per dirti quella frase che gli piaceva tanto: la guerra è finita. O perché, a modo suo, ti voleva bene.”
“Ma io l'ho ucciso. Ed ora devo andare a costituirmi, o anche questo fatto sarà inghiottito dalla nebbia, che vince sempre. O quasi sempre.”
Pietro: “Marta... li senti, i grilli? Una volta questa era una laguna, la laguna di Santa Gilla. La gente pescava e viveva qui; mio nonno diceva che si andava a Cagliari in barca. I grilli, però, quelli non me li spiego.”
In sottofondo Cold cold ground di Tom Waits.
“Pietro, ma non sarò morta anch'io?”
“Tu che cosa ne pensi?”
“Penso... ecco, che non basta parlare coi morti, per esserlo. Del resto, non è detto che vivere coi vivi significhi essere vivi. Comunque, Enzo non avrebbe dovuto metterti in casa tutte quelle armi e quegli esplosivi.”
Soprattutto, non avrebbe dovuto fare quella telefonata anonima alla polizia”, borbotta Pietro. “In ogni caso (anche se per me sbagliavate), ora pensaci bene prima di costituirti: si dice che in prigione ne suicidino tanti.”
Intanto la nebbia avvolge pian piano lo stagno. Mentre sembra che la barca stia puntando verso il mare, le note di Waits sfumano.
Non si sa che cosa farà Marta: ha compiuto il suo atto di giustizia, o di malvagità. E nessuno conosce la potenza della nebbia, o i suoi limiti.

La recitazione della Golino è stata intensa e talvolta, trasognata ma anche molto concreta e realistica. La sua Marta è fragile ed insieme durissima.
Orlando ha sfoderato un lato istrionico che ha reso perfettamente la “viscidità” del personaggio.
Accorsi è comparso poco, esibendo però una fisicità tormentata, dubbiosa.
Loche ha rispecchiato tutte le difficoltà e le speranze di una generazione, oltretutto con una certa autoironia.
Grande anche la Ceccarelli (Silvia Martini), collega di lavoro e sicura amica di Marta.
La colonna sonora: un originale e coraggioso mix di rock, blues e classica, peraltro sempre al servizio del film.

Spero che la recensione del film vi sia piaciuta.
Peccato che non sia mai stato girato!
Sì, ho inventato qualche scena e steso alcune tracce per una sceneggiatura...
A presto!

lunedì 21 novembre 2016

"Maggie Cassidy" (1959), di Jack Kerouac


Maggie è una ragazza: bella, spesso imbronciata, parecchio stizzosa, un po' sognatrice e quando vuole, anche dolce. E' una 16enne che fa proprio impazzire Jean, l'altro protagonista (in sostanza, Jack Kerouac).
Come dice appunto a Jean (nel romanzo anche Jack o Zagg) un suo amico: “Quella là metterebbe knock out Joe Louis con una sola occhiata.”
La vicenda si svolge nel New England, ai confini del Canada francofono ed i protagonisti sono quasi tutti franco-canadesi. Quasi tutti tranne Maggie, che come dirà il padre di Jean: “E' irlandese quanto è lungo il giorno.”
Forse in amore lei è più esperta del suo Romeo, comunque sono entrambi bloccati dalla morale cattolica, o dall'età. Però questo non indebolisce il loro sentimento, che si rafforza anche attraverso il dolore per la morte di uno zio della ragazza.
Kerouac delinea benissimo la personalità di Maggie, come per es. quando dopo il funerale, lei dichiara: “Non ho nemmeno voglia di uscire di casa _ se non hanno di meglio da offrirmi che bare, morti _ come potrei lavorare non ho nemmeno voglia di vivere.”
Poi Kerouac aggiunge: “ Restò seduta per ore sulle mie ginocchia, con lo sguardo nel vuoto, in silenzio, nel salotto buio_ io capivo tutto, mi trattenevo, attendevo.”
Quando lei si riprende, ecco che Jack la vede entrare in un locale mentre qualcuno suonava The masquerade is over e lei era: “Bella come non era mai stata, con delle gocce di rugiada fra i capelli neri, come tante piccole stelle negli occhi e una luminosità rosata che si effondeva dalle dolci risate argentine l'una dietro l'altra _ Si sentiva bene di nuovo, bella e invincibile di nuovo e per sempre _ come la rosa scura.”
Il romanzo è, in effetti, un'elegia o un inno per Maggie, che però fa anche soffrire Jack, per es. provocandolo ed ingelosendolo. L'amore, per lui, è spesso dolore, equivoco, desiderio insoddisfatto, rabbia, solitudine...
Infatti, Jack riflette anche sui possibili sviluppi del loro amore, inclinando non di rado ad un forte pessimismo, come quando dice: “Ragazzo e ragazza, l'uno nelle braccia dell'altra, Maggie e Jack, nella triste pista da ballo della vita, già demoralizzati, gli angoli della bocca pieni di rinuncia, le spalle che si afflosciano, accigliati, le menti prevenute _ l'amore è amaro, dolce è la morte.”
Già. Quando si è adolescenti, quello straordinario sentimento è (così come dovrebbe essere), una questione di vita o di morte. Ogni sorriso, lite, broncio etc. etc. diventa qualcosa di decisivo.
Crescendo, impariamo ad essere più controllati, logici, forse anche cinici.
Ma secondo me, quando si ama davvero, si può e si deve mettere il proprio cuore in palio, così come un pugile brucia le sue ultime energie.
E la donna che amiamo, per noi deve essere realmente l'unica. Come ha detto una volta Springsteen: “Non chiedevi ad una ragazza: ”Vuoi ballare? Le chiedevi: “Vuoi ballare? La mia vita è nelle tue mani.”
La Maggie di Kerouac incarna tutta la sensualità, le indecisioni, le ansie i sensi di colpa e la poesia di una 16enne cattolica ed irlandese-americana di tanti anni fa.
E Jack/Jean, franco-canadese di Lowell, nel Massachussets, si trova a vorticare in un meraviglioso e doloroso insieme di atteggiamenti e di sentimenti, il suo cuore che come la pallina d'argento della roulette gira e gira cercando di raggiungere la sua Maggie... Poi però la raggiunge, lei è sempre vicina e lontana, spesso dolce ma anche sarcastica e beffarda. Eppure, così fragile ed insicura... una giovane donna timorosa di rivelare le sue paure.
Il romanzo è anche la cronaca dell'amicizia, comico-eroica di alcuni buffi ma leali ragazzotti franco-canadesi (canucks), della loro devozione all'hockey, ma soprattutto (ripeto), devoti alla loro amicizia, quell'amicizia che si può provare con quell'intensità, così come l'amore, solo a 16 anni. Ma che dovremmo continuare a provare.
Jack e Maggie vanno ad una festa a New York, lei, sentendolo parlare dei suoi amici, gli dice con grande realismo: “Amici? Puah (...). Un giorno andrai a mendicare alla loro porta di servizio e non ti daranno nemmeno una crosta di pane lo sai meglio di me.”
Ed aggiunge: “Che sono per te le torri di Manhattan che hai bisogno ogni sera dell'amore tra le mie braccia al ritorno dal lavoro _ Posso forse renderti più felice con della cipria sul petto?”
Maggie appartiene alla realtà sociale e culturale del New England operaio e popolare: una realtà di cui magari non ha piena coscienza, ma di cui ha assorbito tutta l'inquietudine, l'istintività e la joie de vivre. Una gioia di vivere che forse spaventa Jack... ragazzo, in fondo, ancora dominato dal senso di colpa e del peccato.
Forse Jack (anche J. Kerouac) manterrà sempre di fronte alla vita una certa ingenuità, se non un certo candore: questo anche quando inizierà a girare tutta l'America e farà esperienze amorose, alcoliche, artistiche, con le droghe etc. etc.
Ecco perché Maggie, con quella capacità di visione e di pre-visione che possiedono tante donne, dirà al suo Jean: “Tu non capisci lo sporco _ per terra. Jacky.”
E', infatti, tipico di alcuni artisti creare grandi cose, ma non rendersi conto del male, dell'ignoranza, della cattiveria... Anche quando si trovano lo “sporco” davanti, certi artisti tendono non solo a descriverlo bensì ad esaltarlo o almeno a farsene affascinare.
Comunque, io penso che anche a distanza di tanti anni, Maggie Cassidy rimanga uno stupendo e malinconico inno all'adolescenza ed all'amicizia, di cui è molto difficile trovare l'uguale. Sarebbe bellissimo saper mantenere o recuperare, da adulti, quella magia e quell'innocenza...





lunedì 31 ottobre 2016

Il martirio di una maestrina*


Il 5 novembre del 1957 la maestra Oretta Scalisi, romana, prese come di consueto il treno che da Cagliari la conduceva alla stazione di Barbusi.
Attualmente, Barbusi è un sobborgo di Piolanas, cittadina da cui Barbusi dista 4.600 km. A sua volta, Piolanas dista 10 km dalla città di Carbonia: ci troviamo quindi nel Sulcis-Iglesiente, per secoli la principale zona mineraria della Sardegna.
La maestra fu: “Ritrovata senza vita nelle campagne intorno alla chiesa sconsacrata che faceva da scuola.” http://www.ladonnasarda.it/storie/5897/oretta-la-maestrina-di-piolanas-uccisa-nel-cuore-del-sulcis.html La maestra fu trovata: “In una pozza di sangue e con la gola squarciata.”
Stando a L'Unità dell'8 novembre '57 http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1957_11/19571108_0007.pdf&query=C.B. la signora subì anche una violenza sessuale. Dalle indagini risultò che il suo assassino non la derubò: potremmo quindi ritenere che egli puntasse “solo” a distruggere quella giovane vita.
Sempre ne L'Unità si ipotizza che conoscesse il suo assassino. Del resto, ancora oggi risulta che la maggior parte degli autori di violenze e/o di femminicidi, sono persone conosciute dalle loro vittime: fidanzati, amici di famiglia, parenti, perfino mariti...
Ora, per recarsi a scuola, la maestra doveva percorrere un tratto di strada (come visto) piuttosto lungo... di mattina presto ed in aperta campagna. Condizioni spaziali e temporali, queste, ideali per un agguato.
Lei non andava quindi a divertirsi ma a insegnare, ed a insegnare a bambini che probabilmente, in quanto figli di operai e di contadini, erano considerati buoni solo per il lavoro.
Ora, del crimine fu accusato tale Angelo Manca, che 2 settimane dopo si suicidò in cella, a Carbonia.
Come ha fatto notare qualcuno in un commento all'art. cit., il marito della signora (il geometra Ugo Satta) fu denunciato anni dopo “dalla sua seconda moglie così poi lui confessò.”
Ovviamente, se le cose andarono così, è sacrosanto riabilitare la memoria del Manca.
In ogni caso, questo tragico fatto rivela quali siano stati i rischi (davvero mortali) che per tanto tempo hanno corso, nel nostro Paese, le insegnanti.
So da mia madre (insegnante ora in pensione) che negli anni '50, era quella la regola, in Sardegna: prendere un treno all'alba, dopo decine di km beccarsi una biciclettozza qualsiasi, farsi altri km in posti abbandonati da Dio e... sperare che non saltasse fuori qualcuno con un coltello a serramanico.
Persone della Penisola mi hanno confermato che quella era la regola anche da loro...
In effetti, spesso: “Le insegnanti”, erano “più numerose dei colleghi uomini e a loro”, erano assegnate, “le sedi più disagiate.” Ma grazie alla “protesta delle maestre sarde, la questione arriva in Parlamento.”
Rimane il fatto che per tanto, troppo tempo, ci sono state delle insegnanti che se non hanno subito la sorte della signora Scalisi, ci sono andate spesso vicino.
Dobbiamo perciò molto a quelle donne: al loro coraggio, alla loro intelligenza, alla loro generosità. Se il nostro Paese è diventato un po' più civile, lo dobbiamo anche a donne come loro ed alla maestra Scalisi, una ragazza di 25 anni di cui molti giovani dovrebbero conoscere il sacrificio... anziché i pettegolezzi sugli amorazzi di certe soubrettine e relativi palestrati.


* Quando non diversamente indicato, va inteso che le citazioni tra virgolette sono tratte dall'articolo dal giornale La donna sarda.

domenica 9 ottobre 2016

Un nuovo inizio


La battaglia era finita: i ribelli, quei maledetti banditi, erano stati sconfitti. Fatti a pezzi, in realtà.
Certo, erano stati degli ossi duri... impossibile negare una verità tanto evidente ma per il prestigio di Roma, anche dolorosa.
Quei dannati cani avevano scorrazzato per mezza Italia, prima d'esser finalmente bloccati e chiusi da ben due eserciti.
Ma ora la loro sovversione era stata (come era giusto anzi sacrosanto) stroncata senza pietà.
Del resto, come potevano anche solo sperare di sconfiggere Roma? Credevano forse che avrebbe permesso ad un'accozzaglia di straccioni di scatenare la rivoluzione nel cuore stesso dell'Impero? Credevano che Roma avrebbe tollerato di vedere lo schiavo godere degli stessi diritti del suo padrone?!
A questo pensiero il generale soffocò a stento una risata.
Bene, dopo questa grandissima vittoria avrebbe concesso oro, donne e vino a tutti i soldati.
“A proposito di soldati...”, mormorò tra sé e sé, “Centurione! E' stato trovato il capo di quei vermi, lo schifoso Spartaco?”
“No, generale. Lo stiamo cercando da ore, ma sembra che sia sparito. Dobbiamo continuare le ricerche?”
“Lascia stare: voleva la morte. L'ha trovata. I resti del suo corpaccio infame saranno sparpagliati per tutto il campo!”
Dicendo questo il generale scoppiò a ridere poi guardò il centurione e con un cenno indolente del mento, gli fece capire che dopo il suo comandante, ora poteva ridere anche lui.
Congedato il subalterno, il generale cominciò però a provare una certa inquietudine. Che quel dannato Spartaco se la fosse scampata?
No, è stato ucciso!”, gridò.
Ma egli non capì se la fine di quell'uomo non fosse in realtà un nuovo inizio.
Non capì neanche lui che cosa significasse questo suo pensiero, si trattava più che altro di una sensazione... però molto molesta.
E che lo tormentava.


giovedì 22 settembre 2016

“I rusteghi”, di Carlo Goldoni


Si tratta di una commedia che Goldoni scrisse nel 1760 e che: “Fu recitata al teatro San Luca il 16 febbraio e poi per due sere consecutive alla fine del Carnevale, col titolo La compagnia dei salvadeghi ossia i rusteghi.”1 Ora, egli scriveva in veneziano e: “Nella Repubblica di Venezia la lingua ufficiale era il veneto colto.”2
Forse, lo stesso veneziano utilizzato da Goldoni, era più una lingua che un dialetto, infatti Gaspare Gozzi scrisse nella “Gazzetta Veneta” (20 febbraio 1760): “Lo stile è colto e senza espressioni plebee o idiotismi vili”.3
A questo punto i miei lettori e le mie lettrici sbufferanno: ma questo qui perché la fa tanto lunga, con la questione della lingua? Semplice: perché se dovessi tradurre male questa gustosissima lingua, voi continuereste a volermi bene... attribuireste i miei strafalcioni ad ignoranza, non a disprezzo dell'Autore.
Bene, proseguiamo.
(Era ora!, direte voi; ed infatti, lo dico anch'io).
Cediamo la parola al grande Carlo: “Noi intendiamo in Venezia per uomo rustego un uomo aspro, zotico, nemico della civiltà, della cultura, e del conversare.”4
Questi rusteghi sono uomini, ma lo sono in modo perlopiù odioso. Non sembrano mariti e padri bensì sergenti o inquisitori, amano la solitudine, detestano i divertimenti, non desiderano che il resto della famiglia (soprattutto mogli e figlie) si diverta o possa farlo.
A loro piace stare a casa: “E soli.”
E co le porte serae”, con le porte chiuse.
E co i balconi inchiodai”, coi balconi inchiodati.
Quelli che non impongono alle donne la propria volontà: “No xè omini”, non sono uomini.5
Su tutto prevale il lavoro, il danaro e la “gloria” d'averne accumulato fin da piccoli; negandosi da sé ogni divertimento, anche il più innocente. Tutto è improntato ad un'austerità di costumi addirittura ridicola, come quando Simon dice: “Mi no parlava squasi mai gnanca co mia siora mare”, io non parlavo quasi mai neanche con la mia signora madre; o come quando Lunardo (il padre di Lucietta) e sempre Simon, si vantano di non sapere neanche che cosa siano un'opera o una commedia.
E se qualcuno spreca, ozia etc. etc., “E tuto xè causa la libertà”, è tutta colpa della libertà.6
Alla fine, certa gente è sempre lì, che va a finire: è sempre colpa della libertà. Chi libero non è e non vuol esserlo, pretende che non lo siano neanche gli altri. Ed al di là dell'apparente bonomia, non fa altro che covare rancore, rabbia, nutrire sospetti... soprattutto verso i giovani e le donne, tanto che Lucietta dice del padre: “El xè impastà de velen”, è intriso di veleno.7
Ne I Rusteghi le donne sono totalmente sottomesse agli uomini. Come dirà Felice (moglie di Canciano), le donne: “Le ve considera no marii, no padri, ma tartari, orsi e aguzini”, non vi considerano mariti, padri, ma tartari, orsi ed aguzzini.8
Questa sottomissione può lasciar perplessi, perché le fonti storiche dipingono le donne veneziane come molto autonome ed anche come parecchio disinibite: illuminante, al riguardo, il testo del veronese Silvino Gonzato Venezia libertina.9
Ma forse potremmo fugare ogni dubbio e/o perplessità vedendo la faccenda in questo modo: la donna veneziana era tutt'altro che sottomessa quando apparteneva all'aristocrazia, poteva quindi disporre di mezzi economici, cultura, conoscenze altolocate etc. etc.
Del resto, anche la donna non aristocratica come per es. Felice, poteva opporsi, poteva ribellarsi: infatti lei rintuzza spesso e con una certa grinta le obiezioni del marito, sì che lui bofonchia (quasi intimorito): “Oh che bestia! No se pol parlar!”, oh che bestia! Non si può parlare!10
Appunto Felice svetta su tutti non solo per la fierezza, ma anche perché essa è sostenuta da cuore, intelligenza e capacità argomentativa.
Essa dice infatti ai rusteghi, e soprattutto al caro, amorevole marito che urla, sbraita e minaccia di picchiarla: “M'aveu trovà in t'un gatolo?”, mi avete trovata in un rigagnolo? Mi no perdo el respetto a vu, e vu no l'avè da perder a mi”, io non manco di rispetto a voi e voi non dovete mancare di rispetto a me.11
Poi aggiunge: “Disè, sior Cancian, v'ali messu su sti patroni? (…). Ste asenate l'aveu imparade da lori? Se sé un galantomo, tratè da quelo che sè”, dite, signor Canciano, vi hanno istigato questi signori? Avete imparato da loro queste asinerie? Se siete un galantuomo, trattatemi da tale.12
Egli è, infatti, un brav'uomo: ma i suoi amici lo manipolano per abbassarlo al loro livello.
Felice ammonisce invece i rusteghi a non spargere zizzania tra lei ed il marito ed evangelicamente, aggiunge: “E quel che non volessi che i altri, fasse cun vu, gnanca vu coi altri no l'avè da far”, non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi.13
Ma oltre al lato morale-religioso, nel discorso di Felice ne troviamo uno anche razionale, se premette: “Perchè se me dirè le vostre razon, son donna giusta, e se gh'ho torto, sarò pronta a darve sodisfazion”, perché se esporrete le vostre ragioni, sono una donna ragionevole, sarò pronta a riconoscerlo.14
Qui lei cerca un confronto dialettico e razionale, non si spreca in scuse e/o accuse: quel che dice, nasce dall'analisi dei fatti e da quella della selvatichezza di certi uomini. Inoltre, vuol trovare una conclusione giusta e ragionevole.
L'atteggiamento sospettoso, malevolo e potenzialmente foriero di violenza dei rusteghi è esaminato anche a livello di costume e del vivere civile, se Felice afferma: “La maniera che tegnì co le donne (…), la xè cusì stravagante fora de l'ordinario, che mai in eterno le ve poderà voler ben”, l'atteggiamento che tenete con le donne (…), è così stravagante, fuori dall'ordinario, che non vi si potrà voler bene in eterno.15
E' proprio questo il punto: tra esseri umani, il comportamento di questi orsi è non solo offensivo, ma anche folle, al di fuori di qualsiasi logica; una famiglia ed una società dominate da loro, è tenuta insieme solo dalla paura, da continue ed immotivate punizioni, assurdi sensi di colpa etc. etc. Così Felice li invita ad essere in effetti: “Un poco più civili, tratabili, umani.”16
Quest'opera si presta quindi a varie considerazioni: sulla famiglia, sul potere della triade uomo-padre-marito, su un lavoro per il lavoro e non per l'uomo, su un'austerità di costumi che diventa negazione dei nostri impulsi sociali, culturali e così via.
Ma Goldoni intreccia tutti questi temi da maestro e ricorrendo al castigat ridendo mores (punisci i costumi col riso). Inoltre sa farci sorridere ed anche ridere di cuore; mai però sguaiatamente.
Del resto, egli osservava il mondo in modo attento ed umano e come osservò Gramsci: “Goldoni è quasi 'unico' nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese. Contenuto popolare delle sue commedie: lingua popolare nella sua espressione, mordace critico dell'aristocrazia corrotta e imputridita.”17
Insomma: la commedia I rusteghi poteva esser scritta solo da un uomo che solidarizzava col popolo e che sapeva vedere quel che doveva ancora manifestarsi: cioè il nuovo ruolo che avrebbero assunto i giovani e soprattutto le donne.
E se su tutto questo si poteva anche rider su... perché no? Ci sono già abbastanza rusteghi, a questo mondo!

Note

1 Nota in Carlo Goldoni, I rusteghi, Einaudi, Torino, 1970, p.99.
2 C. Salinari C. Ricci, Storia della letteratura italiana, Laterza, Roma-Bari, 1990, p.1161, vol.2.
3 Nota in C. Goldoni, I rusteghi, op. cit., p.100.
4 L'Autore a chi legge, in C. Goldoni, I rusteghi, op. cit., p.18.
5 Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta, p.60.
6 Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta, p.28.
7 C. Goldoni, op. cit., atto primo, scena seconda, p.58.
8 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.85.
9 Silvino Gonzato, Venezia libertina, Neri Pozza, Vicenza, 2015.
10 C. Goldoni, op. cit., atto terzo, scena seconda, p.85.
11 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.83.
12 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.83.
13 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.84.
14 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.84.
15 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.85.
16 Ibid., atto terzo, scena ultima, p.94.
17 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.810. I corsivi sono miei.




sabato 20 agosto 2016

"Stabat mater", di Tiziano Scarpa


Un romanzo straordinario.
Bene, Scarpa ha scritto un testo di sole 136 pagine. Ad esso ha poi aggiunto una Nota di altre 6 in cui ha spiegato il suo legame con Venezia e con Vivaldi, il suo compositore preferito, e ha fornito una bella bibliografia-discografia sulla città e sul prete rosso.
Infine, ha spiegato il suo legame con l'Ospedale della pietà (vi nacque!), quel luogo cioè in cui le orfane della Serenissima venivano allevate: “Per dare loro un'educazione, un mestiere e una possibilità di intervento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica.”
L'Ospedale era quindi molto più di questo o di un orfanotrofio, ma per l'Europa del tempo, un'istituzione che potremmo anche definire all'avanguardia.
Certo, per l'Europa del tempo... perché era un'istituzione religiosa, retta da suore che accoglievano le bambine (molte delle quali ancora neonate) che venivano abbandonate appunto alle loro cure da donne che intendevano disfarsi di quel che fino a non molto tempo fa era chiamato il frutto del peccato.
Talvolta, a distanza di anni, qualche madre tornava a riprendersi la sua bambina, ma di solito, le sfortunate vivevano isolate dal mondo dal momento in cui erano consegnate all'Ospedale (la madre rimaneva sempre rigorosamente anonima) fino alla morte.
La protagonista della storia si chiama Cecilia: di lei sappiamo solo questo. Per cercare un contatto con la madre sconosciuta, fin dai 15-16 anni inizia a scriverle delle lettere. Queste cominciano tutte con un austero Signora Madre ed in esse Cecilia utilizza sempre il “voi.” Sono lettere il cui tono oscilla tra una forte e direi rancorosa freddezza ed un disincantato desiderio d'amore e di accettazione.
Nelle sue missive Cecilia riflette sul tempo, sull'acqua, sulle più antiche origini di Venezia, quando l'insieme di isolette che la compongono era solo una distesa di paludi percorsa dal vento e dagli uccelli... e su molto altro ancora.
Non è sempre netto il confine tra le lettere di Cecilia e le sue riflessioni più personali, quelle cioè staccate dall'ideale rivolgersi alla madre: ma questo rende il romanzo ancora più stimolante, perché ogni tema si intreccia ed incastra nell'altro, come in un insieme di note che si rincorrano per poi scomporsi, separarsi e riprendere ad intrecciarsi. Come uno stormo di rondini che entri ed esca da una serie di lunghi e tortuosi corridoi e da una lunga teoria di stanze.
Compare spesso la Morte, che assume le sembianze di una donna dai capelli neri ed aggrovigliati come serpenti, ma che tratta Cecilia con gentilezza, quasi con affetto. Sarà certo un'allucinazione o una forma di compensazione per la solitudine ed il senso di abbandono che tormentano la ragazza, eppure il “personaggio” è molto riuscito e convincente.
La notte Cecilia, che non riesce a dormire, si accoccola sulle scale, al buio: l'Ospedale è un labirinto di stanze, corridoi, scantinati, sottopiani ed appunto, scale. Lì lei continua ad interrogarsi su tutto. Sono frequenti le riflessioni sulla morte, che però dimostrano grande lucidità ed assenza di paura: Cecilia appare così molto più forte, matura e consapevole dei suoi sedici anni.
E' centrale anche la figura di Antonio Vivaldi. Nel suo grande amore per le orfane e soprattutto per Cecilia, Scarpa compie (ma consapevolmente) una grave ma bella falsificazione: attribuisce quasi la creazione delle Quattro stagioni ad una sorta di “furto” che Vivaldi avrebbe compiuto ai danni di Cecilia.
L'idea cioè di fondo delle Stagioni, come dice lei, consiste in questo: “Imitare i rumori del mondo”; ma per lei, questo è “così infantile.”
Inoltre, prima che don Antonio componesse la sua opera più nota, Cecilia aveva insegnato a delle bambine (che lo rivelano appunto a Vivaldi) a: “Fare le voci delle rondini con i violini, e lei ha suonato come fa l'usignolo!”
L'idea di Vivaldi, nelle Stagioni, è appunto imitare gli elementi naturali e gli animali attraverso gli strumenti musicali, benché concordi con Cecilia che quell'opera sia “la cosa più stupida” che abbia scritto. Stupida! Ma ve ne rendete conto?
Eppure la cosa ha un senso. Vivaldi dichiara, infatti, che gli serve “per arrivare alle orecchie di tutti”, perché: “Dobbiamo avere l'umiltà di farci capire. Dobbiamo usare la nostra complicazione per tirarne ingegnosamente fuori la semplicità.”
In effetti, la musica e forse qualsiasi altro tipo di arte dovrebbe fare proprio questo: estrarre dal caos e dal dolore da cui spesso il mondo è dominato, qualcosa che possa parlare alla mente ed al cuore di tutti. Perché come dice Cecilia: “La musica è la cosa che più assomiglia a un'idea pura.”
Pura non significa staccata da tutto il resto, quindi staccata soprattutto dall'equivoco, dalla solitudine, dalla malattia, dalla povertà, dalla follia, dall'ingiustizia.
No, pura significa ciò che le cose, il mondo e le persone dovrebbero essere per valere davvero, ma non come se il male non esistesse. La musica come “idea pura”, è il bene che trionfa sul male purificando il nostro cuore e la nostra mente da tutta quella sofferenza, che spesso subiamo senza nostra colpa.
Ecco che allora quei violini apparentemente facili ed allegri, risultano tali solo in apparenza. In realtà, è la musica che cerca e trova la strada per il nostro cuore: e che cosa c'è di più triste e difficile di quello che ci ostiniamo a considerare un semplice muscolo?
Così Cecilia, che troverà la sua strada anche oltre la musica, non dirà più: “Noi siamo sepolte vive in una delicata bara di musica.” Non lo dirà più perché ad un certo punto la musica diventa per lei strumento di liberazione, ricongiungimento alla vita.
E questo (concedetemi una battuta certo scontata) è davvero degno di nota.

martedì 9 agosto 2016

Crescere e sentire attraverso lo sport


A me lo sport piace molto.
Nello e dello sport non mi piacciono solo la competizione e la vittoria: anche quelle, perché se in esso mancano quegli elementi, allora è come una bottiglia di vino senza vino.
Analogamente, soltanto un alcolizzato berrebbe del vino che si trovi per terra.
Insomma: nello sport è importante il risultato ma anche ciò che lo racchiude.
Dirò di più... nello sport è importante, prima di ogni altra cosa... lo sport in sé stesso.
Quando un bambino impara a correre, non vuol far altro che correre. Comincia a calciare un pallone? Di dove vada a finire, gli importa quanto può importagli di una catena arrugginita; forse anche meno.
Secondo me, se recuperassimo quel disinteressato piacere che ci porta a fare un dribbling per il solo piacere di farlo, uno scatto per sentire l'aria che ci sibila attorno al corpo, un tuffo per vedere come sia fatto il fondo del mare ecc. ecc., ebbene, forse allora staremmo molto meglio.
Insomma, portiamo i nostri figli in una scuola-calcio e che cosa vediamo? Semplice: molte di queste sono delle caserme, con allenatori-cerberi che paonazzi, urlano (benché meno che ai nostri tempi) ed imbottiscono i pargoli di schemi, formule e sensi di colpa.
A quel punto, fate loro studiare le equazioni di 2° grado e la dialettica di Hegel: i nostri cari boys si annoieranno di più, ma almeno impareranno qualcosa!
Qualche amico mi dirà: “Ma come! Dici queste cose tu, che hai sempre ammirato il senso tattico perfino dei tedeschi?!
Esatto, my friends, esatto.
Vi spiego: prima di fare sul serio, c'è il gioco.
Perché mai uno dovrebbe inseguire un pallone, che tra l'altro è già inseguito da uno o più avversari (col rischio magari di rompersi una gamba) se non lo divertisse?
Sto correndo, ormai ho 54 anni: non sono ancora vecchio, ma non sono più un ragazzino.
Però riesco ancora, e questo perfino a prescindere dal fatto che oggi o domani debba giocare a calcio o a calcetto, a correre col caldo e col freddo ed a divertirmi. Anche se qualche buontempone abbassa il finestrino dell'auto super-refrigerata e mi grida: “Oh marocchinu!
Sento il sole che mi picchia sulla testa, al 2° km (o anche prima) ho dimenticato il contratto scaduto; un minuto dopo la doccia mi darò da fare per ottenerne un altro... ma ora sto correndo.
In campo, sole a picco o pioggia a catinelle, sono solo e sto palleggiando e/o tirando in porta: i miei piedi sono di legno come sempre, ma mi sto divertendo.
Beh, per oggi basta così; ma tornerò sull'argomento.