I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura


lunedì 25 settembre 2017

Chiacchiere settembrine


Giorni fa, nel riordinare i miei libri di filosofia e di testi di canzoni, appare il mio Interlocutore Immaginario. Aveva portato un infermiere della vicina clinica psichiatrica, che però liquidai con un cagliaritano colpo di testa che gli ruppe il setto nasale.
Mentre l'infermiere smammava, I. I. pulì il sangue che stava imbrattando un libro di S. Francesco e commentò acido: “Sempre cordiale e collaborativo, vero, Riccardo?”
“Be'”, sorrisi stappando una bottiglia di vino aromatizzato al limone, “tu mi porti un infermiere di qualche specie di manicomio...”
Non ricambiò il sorriso però afferrò il bicchiere che gli porgevo: sembrava un naufrago a cui finalmente qualcuno avesse gettato un salvagente. Bevemmo in silenzio quindi mi chiese che cosa stessi ascoltando.
“I Decemberists.”
Affermò che trovava molto interessante quel loro miscuglio di folk, rock, blues e vari altri stili musicali americani.
“Mi pare che nella loro musica”, osservò con ammirazione, “si trovi anche qualcosa di irlandese.” Aggiunse che la sua canzone preferita era Lake song.
Ma forse, anche perché mi piace tutto quel che ha a che fare con l'acqua; sai, Lake song significa 'la canzone del lago'.”
Annuii e versai ad entrambi un altro bicchiere di vino limonalizzato. Poi mi alzai e presa l'armonica, cercai di accompagnare i Decemberists. I risultati non furono esattamente esaltanti, così riposi lo strumento e gli feci educatamente capire che dovevo scrivere.
“Insomma”, ridacchiò, “devo levarmi dai piedi!”
“No, però vorrei che smettessi di parlare per un po'. Pensi di poterci riuscire?”
Per tutta risposta lui prese da uno scaffale un libro di poesie e racconti di Yeats e sparì in fondo al salotto. Sapeva che trovavo la letteratura davvero stimolante quando si confronta oltre che con la realtà, anche col fantastico, col soprannaturale e così via delirando.
Rave on, rave on, John Donne”, canticchiò, “delira, delira, John Donne.”
Era una citazione da una canzone del grande Van Morrison, ma gli imposi comunque il silenzio. Macché. Peggio che andar di notte.
“Stai pensando di continuare il romanzo che hai interrotto all'inizio di agosto?”, chiese con aria indifferente.
Esasperato, gli lessi qualche capitolo.
Lui ascoltò con grande concentrazione poi commentò: “E' molto buono. I dialoghi (perfino i più lunghi) non stancano. La psicologia dei personaggi è credibile, davvero realistica. La scena poi in cui il protagonista incontra Spinoza, è uno spasso.”
Ma...?
Nessun 'ma.' Stai scrivendo una bella storia, dove hai messo umorismo, cultura, sesso, lavoro ed una solitudine che il protagonista affronta con coraggio e dignità. E le sue conquiste sono dipinte come delle donne, non come delle prede. Dovresti essere orgoglioso del libro che stai scrivendo.”
“Chissà se la penserà così anche qualche editore...”
Quello dovrebbe essere l'ultimo dei tuoi problemi. Come diceva T.S. Eliot? Per il genere umano non esiste che il tentare. Un'altra cosa: nel romanzo ci sono anche molto alcol e molta violenza, ma nel presentare questi elementi non dimostri nessun compiacimento; ed appunto alcol e violenza arrivano sempre quando la storia lo richiede. Perciò, avanti così, caro me stesso... possibilmente, con un po' di autostima.”
“Eh, per quella penso che dovrò aspettare altri 55 anni...”
Scoppiammo a ridere e stappammo una 2/a bottiglia di limone avvinato (speravo non avvinazzato). Ascoltammo la colonna sonora di C'era una volta in America e quando vidi che si stava addormentando, gli misi sulle spalle un plaid ed andai a dormire anche io.

mercoledì 30 agosto 2017

“Rip Van Winkle”, di Washington Irving*


Si tratta di un racconto che lo scrittore americano W. Irving (1783-1859) scrisse nel 1819.
Gli scritti di Irving si trovano agli inizi della letteratura statunitense; tra questi, forse il più famoso è La leggenda della valle addormentata (1820), che ha avuto vari adattamenti televisivi e cinematografici; di questi, ho gustato molto il film Il mistero di Sleepy Hollow (1999), che aveva come protagonista Johnny Depp.
Ma torniamo a Rip. Egli è un uomo semplice e buono. Non molto attivo o intraprendente, o meglio: lo è quando qualcuno ha bisogno di una mano... non sempre quando ne hanno bisogno la sua famiglia e la sua fattoria. Egli lavora per gli altri ed è un po' l'idolo delle massaie e dei ragazzini, che possono contare su di lui per commissioni, lavoretti, giochi ed aiuti di vario tipo.
Quando però deve curare i propri interessi, egli (con sognante vagabondaggio), preferisce sparire nei boschi col suo cane Wolf.
Sì, perché Rip contraddice in pieno l'immagine dell'americano pragmatico, grintoso e pieno di spirito di iniziativa: lui, che vive con la sua famiglia in un villaggio ai piedi dei monti Catskill, pensa soprattutto a sottrarsi alla lingua di sua moglie, la perfida Madama Van Winkle.
“Ma si sa che un carattere acido non si addolcisce con l'età, e che una lingua tagliente è l'unico strumento da taglio che si affili sempre meglio con l'uso.”1
La tendenza del Nostro forse più che alla “poltroneria” alla mancanza di organizzazione, finisce per essere accentuata dalle continue e violente strigliate che subisce dalla moglie. Infatti, per sfuggire a tutto ciò, Rip si rifugia in un mondo tutto suo, fatto di dialoghi col proprio cane Wolf, vagabondaggi senza meta né orario, battute di caccia dall'esito incerto e chiacchierate con gli amici: tutte persone placide ed alla buona come lui e che come lui, anche se non sgobbano come muli, comunque alla famiglia non fanno mancare il necessario.
Madama V.W. aveva strigliato il marito una volta di troppo quando lui (come sempre) si sottrasse al controllo della sua carceriera scivolando nei boschi col fucile e col suo amato cane.
Così finì in un luogo in cui non si trovava anima viva per miglia e miglia, e tutto era immerso in un silenzio quasi assoluto, rotto solo dallo sporadico canto di qualche uccello o dal gorgoglio di un ruscello.
Prima: “Si era arrampicato senza rendersene conto su una delle cime più alte dei monti Kaatskill”2, ma verso il tramonto, da lì si accingeva a scendere quando si sentì chiamare per nome. Pensò che si trattasse di uno “scherzo della sua fantasia”, ma non era così. Vide, infatti, qualcuno.
“Era un vecchio, basso di statura e tarchiato, con un grande ciuffo di folti capelli e la barba brizzolata. Vestiva un abito di foggia olandese antica (…).”3
In effetti, prima che New York diventasse una città inglese poi americana, si chiamava Nuova Amsterdam. Ed era una città olandese. Inoltre esistevano comunità appunto dei Paesi Bassi in tutta la regione attorno a Nieuw Amsterdam.
Quell'uomo era Henry Hudson, esploratore inglese che (tra gli altri), lavorò anche per gli olandesi. Dopo esser stato chiamato dall'illustre personaggio, Rip nota che: “Aveva sulle spalle un massiccio barilotto che sembrava pieno di liquore e faceva segni a Rip perché si avvicinasse per aiutarlo a portare il carico”4: quel che lui fece col solito buon cuore.
Ma ecco che al nostro eroe si presenta uno spettacolo davvero strano: un gruppo di persone vestite come Hudson che in gran silenzio giocavano a bocce. Inoltre: “Nulla rompeva il silenzio della scena salvo il rumore delle bocce che, fatte rotolare, rimbombavano per le montagne come il brontolio di un tuono.”5
A Rip spetta il compito di versare da bere dal barilotto: si trattava di “acquavite olandese di prima qualità”6; e che lo fosse, lo sperimenta anche il nostro amico!
Al risveglio, nessuna traccia né dei misteriosi ed inquietanti giocatori, né del suo cane o del fucile, al cui posto Rip trovò solo un vecchio archibugio.
Tornato al villaggio, trovò molti cambiamenti... la sua vecchia casa in rovina, Wolf che non lo riconosceva più ed: “Al posto del grande albero che riparava la piccola locanda olandese, c'era adesso un palo altissimo e nudo, con qualcosa sulla cima che somigliava a una berretta da notte rossa, e da quel palo sventolava una bandiera con una strana combinazione di stelle e strisce (…). Perfino il carattere delle persone sembrava mutato. Invece della solita flemma e sonnolenza, tutti si mostravano affaccendati e agitati a discutere.”7
In sostanza: le colonie olandesi erano diventate da inglesi, americane; tutto questo era accaduto durante al notte in cui Rip aveva smaltito la sbronza. Solo che quella notte durata circa 20 anni ed ora solo qualche vecchio si ricordava ancora di lui.
Però ritrova il figlio e soprattutto la figlia, che lo prenderà a vivere con sé. Quanto a Madama Van Winkle, era morta: “Le si ruppe una vena un giorno che si arrabbiò tanto con un merciaio ambulante della Nuova Inghilterra”; per Rip questa notizia fu “una goccia di balsamo.”8
Poi, un certo Vanderdonk riconobbe Rip ed affermò che i monti Kaatskill: “Erano sempre stati infestati da esseri strani e che il grande Hendrick Hudson, lo scopritore del fiume e del paese, vi teneva una specie di veglia ogni vent'anni insieme con l'equipaggio della Half Moon (….).” Suo padre: “Li aveva visti una volta in una conca delle montagne intenti a giocare ai birilli, vestiti con i loro costumi olandesi; e lui in persona, in certi pomeriggi d'estate aveva sentito il rumore delle loro bocce che sembrava un fragore di tuono lontano.”9
Questi fatti, che in effetti sospendono il tempo e la logica, non furono creduti da tutti; lo furono però dai”vecchi abitanti di origine olandese”, che ancora oggi: “Ogni volta che in un pomeriggio d'estate si sente un temporale sui monti Kaatskill, dicono che Hendrick Hudson e la sua ciurma stanno facendo una partita ai birilli.”10
Un modo, questo, abbastanza simpatico di accettare il maltempo, non credete?
Quanto al resto: “Tutti i mariti del vicinato che hanno una moglie bisbetica, quando non sanno più dove sbattere la testa, vorrebbero poter gustare un sorso della bevanda consolatrice dal boccale di Rip Van Winkle.”11
E questo (dico io), anche quando si abbia la fortuna di non avere una moglie di quel tipo, sarebbe comunque un modo per rendere il matrimonio più rilassante.
O almeno, penso che non sarebbe male vedere la faccenda in questi termini. 

 



Note

1 Washinton Irving, Rip Van Winkle, Tea, Milano, 1992, p.12.
2 W. Irving, Rip Van Winkle, op. cit., p.16.
3 W. Irving, op. cit., p.17.
4 Ibid., p.17.
5 Ibid., p.20. Il corsivo è mio.
6 Ibid., p.21.
7 Ibid., p.26. I corsivi sono miei.
8 Ibid., p. 32.
9 Ibid., pp.33-34. In inglese nel testo.
10 Ibid., pp.35-36.
11 Ibid., p.36.


 

mercoledì 23 agosto 2017

Mare, vento, nuvole ed altro


Come tutti saprete, siamo ad agosto.
Agosto. Il nome di questo mese mi fa pensare al grande romanzo umoristico di Achille Campanile Agosto, moglie mia non ti conosco. Ecco, secondo me, nella nostra letteratura di umorismo se ne trova ben poco... Come se appunto in letteratura si debba essere solo seri. Sempre ed a tutti i costi. Il che significa, in fondo essere seriosi.
E' un po' come la differenza tra il sentimento ed il sentimentalismo, che come diceva Flannery O' Connor nel saggio Nel territorio del Diavolo, più che autentico sentimento, è una sua deformazione. Non sentimento sincero e realistico, ma una sorta di teatralizzazione.
Vabbe', ora lasciamo stare Campanile e la O' Connor (ma con mio grande rammarico).
Un po' per tutti, quindi anche per me, agosto significa mare.
Ma per me il mare, agostano o meno, significa l'orizzonte che posso scrutare in vari momenti ed il vento che increspa l'acqua. Per me, il mare è quella strana fusione di vento, aria, acqua, sole e sabbia che nella mia mente va oltre il semplice concetto di mare.
Per me, infatti, quel particolare insieme rappresenta il tempo, ecco che cosa. Il tempo che scorre e che va, il tempo che crea misteriosi mulinelli di acqua ed indecifrabili, imprevedibili vortici di sabbia.
Mulinelli e vortici che spesso sono simboli dei nostri sentimenti, delle nostre paure, speranze e passioni.
Quel che poi del mare non mi stanca mai è... il guardarlo.
La mattina, perché il luccichio del sole sull'acqua è uno spettacolo che arriva quasi ad ipnotizzarmi.
La sera, perché l'attenuarsi della luce solare crea un'atmosfera... non saprei, come di qualcosa che sfugge alla logica, o che ne crea una tutta sua. Un esempio di questa sensazione? Mica facile!
Ma vediamo... osservare anzi scrutare il mare dall'alto di una scogliera, fissando lo sguardo sulla spuma e sulle onde che si rincorrono fino a lanciarsi sugli scogli: ebbene, a me tutto questo crea una piacevole, intrigante inquietudine.
Le nuvole, poi!
Fin da bambino ho sempre amato star sdraiato a fissarle: al mare, ma anche sdraiato su un prato, seduto su una panchina del porto o in piedi, dietro la finestra di casa. Perché per me le nuvole sono sempre state come i miei dubbi, le mie paure ed i miei progetti... qualcuno di questi ultimi, non so come (!), non è neanche fallito completamente.
Be', per oggi non mi pare di aver altro da dire.
A presto!

lunedì 31 luglio 2017

Ancora liberi Espenhahn e Priegnitz


Nella notte tra il 5 ed il 6 dicembre 2007 morirono nel rogo della Thyssen Krupp di Torino ben 7 operai. Erano: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.
Di questa vera e propria strage, secondo la sentenza emessa dai giudici, sono risultati colpevoli 4 dirigenti italiani e 2 tedeschi. Gli italiani, dopo che il processo si è concluso definitivamente il 13 maggio 2016, si trovano in carcere.
Invece i tedeschi Harald Espenhahn (amministratore delegato) e Gerald Priegnitz (consigliere d'amministrazione) sono ancora liberi. Espenhahn ha riportato una condanna a 9 anni ed 8 mesi: Priegnitz, invece, a 6 anni e 3 mesi.
Come ho letto ne Il fatto quotidiano (29 luglio 2017, p.9): “Un accordo bilaterale prevede che un cittadino tedesco condannato in Italia possa scontare la detenzione nel suo paese e che la durata non possa superare il massimo previsto dal codice penale tedesco, che per l'omicidio colposo ammonta a 5 anni.”
Insomma, soprattutto per il maggior colpevole la condanna, anche quando dovesse essere applicata, sarebbe in sostanza dimezzata; probabilmente, l'altro (Priegnitz), se la caverebbe al massimo con 1 o 2 anni.
Ora, il processo è durato poco meno di 9 anni: in tutto quel tempo la tragedia della Thyssen è stata analizzata a fondo fornendo agli imputati tutte le possibili tutele e garanzie sul piano giuridico. Niente da eccepire, quindi, sulla correttezza della nostra magistratura e su quella delle nostre forze dell'ordine.
Purtroppo, c'è da eccepire sulla correttezza delle autorità tedesche. Infatti: “Tre giorni dopo la sentenza, il 16 maggio, la Procura generale ha emesso un mandato di arresto europeo.”
Attenzione a questo che non è un semplice particolare: si tratta di un mandato di arresto europeo, mica di un capriccio della magistratura italiana. Un mandato di questo tipo, prevede la sua esecuzione anche al di fuori del territorio italiano; richiede, inoltre, un'esecuzione che non può essere procrastinata, insomma rimandata sine die.
Ma sempre nell'art. de Il fatto leggiamo che: “Il 25 maggio sono state diramate le ricerche dei due condannati, individuati in Germania, dove è stata inviata una prima parte degli atti, ma il 4 agosto la Procura generale di Hamm ha comunicato al ministero della Giustizia di Roma di essersi rifiutata di arrestare i due cittadini, facoltà concessa dalle norme che regolano il mandato di arresto europeo” (il corsivo è mio).
A questo punto io mi chiedo: che razza di validità e di serietà può mai avere un mandato di arresto europeo che però, concede ad un Paese il diritto di non arrestare chi in base ad una sentenza definitiva risulta colpevole?
Però sono state inviate in Germania le traduzioni delle sentenze (quelle di appello e quella della Cassazione), depositate a dicembre. “Le traduzioni sono arrivate un mese dopo e subito, il 17 gennaio scorso, gli atti sono stati inviati a Berlino.”
I tedeschi, a cui il recht cioè il diritto sta molto a cuore, hanno richiesto altre garanzie, atti ed informazioni, così: “Ai primi di giugno sono partiti da Roma i nuovi documenti. Da allora la questione è in mano alla Procura generale di Hamm e alle autorità giudiziarie di Essen, ma non è ancora conclusa.”
Pare che il ministro della giustizia Orlando debba incontrare il suo omologo tedesco Heiko Hess “al prossimo consiglio europeo dedicato alla giustizia, il 12 ottobre.”
Intanto, saranno passati altri 3 mesi e francamente, dubito che la questione possa trovare immediata o almeno rapida soluzione.
Spero soltanto che di rinvio in rinvio, il reato commesso anche dai 2 manager non cada in prescrizione.
Comunque, anche se il dott. Hess ed il suo ministero dovessero procedere all'arresto, dalla sentenza sarebbero comunque passati 17 mesi. Troppi, maledettamente troppi per la giustizia e per quei poveri operai, morti in modo così ingiusto ed inumano. Ma meglio tardi che mai.

martedì 25 luglio 2017

Di quella volta che fregai me stesso


Osservo il castello di S. Michele ascoltando l'assolo di sax di Clarence Clemons in Trapped; la versione di Springsteen con la “E” Street Band, non quella di Jimmy Cliff.
Salta fuori il mio Interlocutore Immaginario, che non vedo da tempo. Mi demolisce una spalla con una pacca devastante e chiede: “Be', non mi offri niente da bere, o almeno da mangiare?”
Mi dispiace, ma sono quasi a dieta.”
Non preoccuparti. In effetti, ho anche io 3-4 chiletti di troppo. Pensa che ho dovuto eliminare il formaggio!”
A me”, rispondo, “quello non dice molto. Però non posso rinunciare al pane ed al vino.”
Eh”, borbotta I.I., “la forma fisica è sempre un problema... Ma senti, ultimamente stai leggendo qualcosa di interessante?”
Docherty di William Mc Illvanney. Parla dei minatori del nord della Scozia: un gran bel romanzo; senza fronzoli, ma anche molto poetico.”
Noto che si appunta il nome su qualcosa che sembra un'agenda elettronica. Solo che i tasti sono tappi di sughero ed il display è di cartone; neanche tanto pulito.
Ma non dico niente; se sapesse quanto è sporca la coscienza di certi politici, banchieri, militari, poliziotti ed alti prelati...
L'amico apre la portiera della sua Jaguar Hooker-Berry e mi invita a saltar dentro.
Salto, ma poiché la dieta mi sta facendo riacquistare una forma eccessiva, scavalco l'auto e volo in un canneto, dove la violenza dell'atterraggio terrorizza papere, paperette ed anatroccoli (belli e brutti).
Inoltre, sollevo un'onda che richiama vari surfisti: soprattutto dalla Florida e dalla California.
Li caccio via a pedate, loro ed i loro vergognosi addominali, poi apro una copia fradicia d'acqua e di alghe de Il mercante di stoffe, della scrittrice ed attrice catalana Coia Valls.
Poi ecco Tana French. Chiedo sia alla Valls sia all'irlandese se alla loro carriera di scrittrici abbia giovato l'essere state anche attrici. Loro mi fissano e scoppiano a ridere.
Dalla Jaguar, I.I. suona il clacson. Mi avvicino e lui: “Ci sei rimasto male.”
Un po'. Mi hanno ricordato i tempi del liceo. Vabbe', pazienza.”
Lui accende la radio, c'è Is it in my head? degli Who. Gli chiedo: “E' nella mia testa? E qualcosa che sto immaginando?”
No, Ric, ma tu non pensarci. Beh, dimmi, stai pensando di suonare qualcosa di bello, con l'armonica?”
Love reign o'er me, sempre degli Who. Intendo il refrain.”
Quadrophenia è ancora un bel disco, vero?”
Immenso, I., immenso. Grandioso. Ed è grandioso anche il film. Nichilista, forse, ma del resto, la vita è... be', sai come sia, Lady Life.”
Già. Bene, ora io devo andare”, sorride I.I. “Sai che Townshend deve scrivere una Drowned part 2, citando anche dei versi di T. S. Eliot?”
Non lo sapevo. Ma se non sbaglio, ora tu devi andare.”
Vado, vado”, fa lui, seccato. “Ma così che fine fa la tradizionale ospitalità dei sardi? Complimenti!”
Però sparì.
Per una volta avevo avuto io l'ultima parola su me stesso.

venerdì 30 giugno 2017

Lavorare per vivere


Dovrebbe essere scontato che per vivere, gli esseri umani devono lavorare; ed in modo dignitoso.
Dovrebbe essere chiaro che il lavoro deve essere retribuito in modo giusto, adeguato.
Dovrebbe essere chiaro che sul posto di lavoro, le norme ed i contratti devono essere rispettati sia dal lavoratore sia dal datore.
Dovrebbe essere evidente che nessun datore possa usare la violenza fisica o psicologica nei confronti di chi lavora.
Ma a queste più che ovvie considerazioni, alcuni ribattono: “Belle parole. Tu vuoi fare della filosofia, ma la realtà è un'altra cosa.”
Filosofia la mia? Può darsi, ma se la intendiamo come un tentativo di capire, attraverso la ragione, la realtà. Non si tratta quindi di qualcosa di “astratto.” Infatti, che cosa possono fare gli esseri umani, che sono esseri razionali, se non utilizzare ciò che li caratterizza cioè la ragione? Devono usarla per forza, perché quella è la loro natura: così come è nella natura del pesce nuotare.
Ma vediamola, questa realtà.
Oggi vorrei parlarvi di una fatto gravissimo rivelato nei giorni scorsi da giornali e tg. Come fonte sono ricorso a bari.repubblica.it del 19 giugno 2017.
I fatti.
Nel Brindisino, sono state arrestate 4 persone che sfruttavano e minacciavano, oltretutto approfittando del loro “stato di bisogno”, 15 donne che dovevano lavorare più di 8 ore al giorno “a fronte delle sei ore e mezzo previste dal contratto.”
Dalla paga sarebbero stati poi scalati 8 euro per il trasporto da Villa Castelli (Brindisi) e da altri comuni del Brindisino e del Tarantino, per essere condotte “nel Barese.” Così, dalla paga giornaliera di 55 euro, si scendeva a 38.
Aggiungo che ipotizzando una settimana lavorativa piena, cioè di 7 giorni su 7, un'ora e mezzo (facciamo anche 2) di lavoro in più al giorno, significa 14 ore a settimana di lavoro gratis.
Questa pessima vicenda è emersa perché una delle donne ha raccontato agli investigatori di essere stata picchiata per aver chiesto “la regolarizzazione del contratto.”
Le persone arrestate: “Michelangelo Veccari, la compagna Valentina Filomeno, Grazia Ricci e Maria Rosa Putzu.”
Le 4 persone arrestate gestivano un sistema tristemente efficiente: il giro era gestito da Veccari-Filomeno, le altre 2 arrestate si occupavano una di “procacciare la manodopera” ed un'altra, era una dipendente dell'azienda ritenuta “committente.”
Il clima di paura e di ricatto è stato provato anche dalle intercettazioni telefoniche. In una una di queste si sente: “Alle femmine pizze e mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano”; in un'altra: “Femmine, mule e capre tutte con la stessa testa.”
Non sappiamo (benché pare che qualche giornale abbia avanzato questa ipotesi) se via siano state anche minacce o avances di tipo sessuale, ma il quadro mi sembra abbastanza pesante anche così.
Comunque, in tante parti del sud, spesso la situazione di chi lavora nelle campagne è questa: sfruttamento, botte, minacce, ricatti di vario tipo. Non di rado, della gestione di questo genere di “lavoro” si occupano mafie e camorra. E come sappiamo, molte aziende sono controllate da certe organizzazioni.
Ma talvolta, dati i profitti che si possono ottenere con certi aiutini, forse si può parlare più che di controllo, di una cordiale... collaborazione.
Stroncare questo sistema feudale e mafioso è una delle emergenze di questo Paese: non si può assolutamente ammettere che chi lavora nei campi di ciliegie, nelle vigne o si occupa della raccolta dei pomodori, debba vivere in condizioni semi-schiavistiche. Altro che filosofia!

lunedì 26 giugno 2017

"La più bella donna della città", di Charles Bukowski


Bukowski è stato spesso accusato di aver trattato con eccessiva crudezza temi come l'alcol, il sesso e forse, anche la violenza.
Ma poiché il mondo del Nostro fu per buona parte della sua vita proprio quello della “suburra”, in cui certe realtà andavano per così dire in onda in quel modo, non si vede perché mai lui non avrebbe dovuto dire ciò che vide e come lo vide. Uno scrittore o una scrittrice inventa storie e nello stesso tempo, è anche uno specchio della realtà.
Altra accusa che gli è stata rivolta, quella di maschilismo; tuttavia, credo che questo racconto possa smentirla agevolmente.
I personaggi, infatti delle storie del Nostro, in realtà sono vittime e carnefici di sé stessi. Inoltre, di fronte alle donne, essi hanno la percezione (magari confusa) della propria inadeguatezza. Ed anche quando troviamo casi di prevaricazione nei confronti appunto delle donne, Bukowski non li presenta mai in modo che denoti approvazione o complicità.
La più bella donna della città è un racconto che apre la raccolta Storie di ordinaria follia (trad. it. del grande P.F. Paolini, 1975).
Ecco subito a voi Cass, la protagonista: “Mezzindiana, aveva un corpo stranamente flessuoso, focoso era e come di serpente”, e del resto: “Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo. I capelli neri e lunghi, i capelli di seta, si muovevano ondeggiando e vorticando come il corpo volteggiava. Lo spirito, o alle stelle o giù ai calcagni. Non c'era via di mezzo, per Cass. C'era anche chi diceva che era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli scemi non potevano capirla.
Come vediamo, qui Buk riproduce in modo davvero poetico la natura e l'essenza di una donna non solo molto bella, ma piena anche di cuore e di spirito. ”Dipingeva, danzava, cantava, modellava la cera, e quando qualcuno era ferito, mortificato, nel corpo e nell'anima, Cass provava compassione per costui.
Ed ancora: “Di solito Cass era gentile con quelli più brutti; i cosiddetti fusti non le dicevano niente.
Le sorelle erano gelose dell'ascendente che aveva sugli uomini, questi ultimi la consideravano solo una preda sessuale ed un po' per tutti, era pazza. Perché? Cass è una che come dico io, va in giro a cuore scoperto, senza difese di sorta. In effetti, almeno l'80% di noi uomini, di fronte a donne come lei non sa proprio che pesci pigliare.
Quando si tratta di gestire un rapporto con donne anche non straordinarie come una Cass, in noi subentra comunque uno strano mix di insicurezza, aggressività, narcisismo, ansia ecc. ecc.
Invece il protagonista del racconto dichiara: “Io ero forse l'uomo più brutto della città, e magari questo avrà influito in qualche modo.”
Cass non vuol essere considerata solo per la sua bellezza, ecco perché si sfregia con spilloni e cocci di bottiglia; è una sfida anche per il suo amante, vuol vedere se a lui interessi anche lei, oltre al suo corpo. Sfida questa raccolta e vinta, se lui dice: “A me interessi tu e anche il tuo corpo. Dubito però che gli altri uomini, perlopiù, vedano altro oltre il tuo corpo.”
La risata di Cass: “Quella sua risata – solo lei era buona. Era come gioia sprizzata dal fuoco.
Il rapporto dei due amanti, benché sia disturbato da qualche lite, è però di solito pieno di dialogo, di passione ed allegria. Loro non vivono insieme, ma ogni volta che si ritrovano è tutto, di nuovo, straordinario.
Inoltre, lui la aiuta ad uscire dal carcere quando vi finisce per ubriachezza e rissa.
Attenzione: ora racconterò la fine, perciò chi ama la sorpresa, salti queste ultime righe.
Bene, lui le chiede di mettersi definitivamente con lui, ma lei rifiuta. Lui rispetta la sua decisione e non si vedono per una settimana. Una sera scopre che si è suicidata tagliandosi la gola. Comincia a sentirsi in colpa: se avesse insistito perché restasse da lui, se non si fosse arreso...
Cass, la più bella donna della città era morta a vent'anni.”
Che lei sia vissuta davvero o che sia stata solo una creatura di Bukowski, è stata una gran donna. E ci voleva un grande scrittore per consegnare a noi la grazia di Cass, la sua risata, la sua sensualità.

mercoledì 31 maggio 2017

Stagioni ed un bellissimo libro


Pochi giorni fa ho finito di leggere I luoghi infedeli della scrittrice irlandese-americana Tana French. Ne parlerò in un prossimo post, ma avverto subito che per me, la cosa sarà piuttosto difficile: nel caso di un romanzo appassionante come quello, bisogna svelare anche il finale. Il che può togliere il gusto della suspence.
Ma dato che I luoghi infedeli è molto più di un thriller, la conoscenza appunto del finale non rovinerebbe il gusto della lettura.
Comunque, nel post non lo troverete, il famigerato!
Quel che nel libro mi ha colpito in modo particolare, è l'attenzione da lei prestata alla psicologia dei personaggi, all'insieme (spesso contraddittorio) delle loro emozioni, dei loro sentimenti e dei loro sogni.
L'analisi della French è molto profonda e partecipe: lei dimostra forte simpatia, anche amore per i suoi personaggi e nello stesso tempo, soffre con loro. In questo, per me si trova sulla linea di Dostoevskij.
Ma di tutto questo parlerò un'altra volta.
Bene, l'estate si avvicina e con lei anche i libri che molti/e si porteranno sotto l'ombrellone.
Io non me ne porterò nessuno, perché al mare preferisco giocare, prendere il sole e nuotare... o almeno, fingere di farlo.
Comunque se vorrete farmi sapere che cosa leggerete voi al mare, gradirò l'informazione.
L'estate è anche il periodo dei tormentoni musicali. Be', quelli, data l'eccessiva orecchiabilità, non li reggo. Però ho sentito un pezzo di Gabbani che mi sembra interessante e data la stagione, anche fresco.
Vicino a casa mia c'è un colle (quello di S. Michele) che di notte rimbomba di musica; anche di bel rock, che è la mia musica preferita.
Qualcuno si lamenta per il volume della musica, e con simpatica gergalità cagliaritana, dice che dopo mezzanotte: “E' ora di basta!
Certo, l'eccessivo volume può essere un problema per chi la mattina dopo deve andare a lavorare o comunque, vuol riposare.
Ma c'è anche chi dice che la gente, di notte, vuol divertirsi. E se si diverte, spende. E se spende, fa girare l'economia.
Certo, c'è anche il rischio che i troppi decibel facciano girare qualcos'altro. Lo so.
Vabbe'.
Ma a proposito di stagioni, io all'estate associo proprio l'idea di musica.
All'inverno, quelle di cibo e di vino.
Alla primavera, quella delle passeggiate.
All'autunno... non saprei... qualcosa di più impalpabile e di decisamente insidioso, come la malinconia.
E voi a che cosa associate ogni singola stagione?

giovedì 25 maggio 2017

Lo sport prima dello sport


Nello sport ci sono dei movimenti particolari, che appartengono a qualcosa che lo precede: cioè alla vita; certo, anche lo sport fa parte di essa: impossibile negarlo.
Ma prima che gli uomini e le donne decidessero di istituire gare di corsa, di lotta, di lancio, di nuoto ecc. ecc., esisteva appunto la vita. Da essa sono stati tratti quegli stili, quei movimenti che poi sono stati codificati come discipline sportive.
Per es.: è evidente il fatto che il nuoto ci appartiene prima di tutto come esseri umani, ancor prima che come nuotatori che scelgano di competere (a livello dilettantistico o professionistico): senza dover per forza rispolverare la storia del mare, fiume o lago che può ricordarci il liquido amniotico in cui nuotavamo prima di nascere, è però vero che l'immersione nell'acqua determina grande sollievo e/o forte piacere.
L'acqua che ci avvolge e massaggia, ci rilassa e nello stesso tempo esalta come l'abbraccio di chi ci ama. Una pesante giornata di studio, lavoro, discussioni con il/la partner, con la famiglia ecc. ecc., è spesso addolcita dall'immersione in un corso d'acqua o anche in una vasca da bagno, oppure da una doccia.
E non importa che (come il sottoscritto), uno possieda uno stile di nuoto rudimentale: l'effetto benefico è sempre quello.
Il momento del tuffo è sempre emozionante, ma quello in cui andiamo sott'acqua, lo è ancor di più... vedere e toccare il fondo marino, sfiorare e seguire i pesciolini che guizzano sul fondo, sfiorare le rocce e le conchiglie: tutto questo è meraviglioso.
La corsa: nessuno ha mai insegnato ai bambini l'arte dello scatto. Eppure è nel loro cuore e nelle loro gambe l'istinto di lasciarsi il terreno alle spalle, neanche scottasse come l'Inferno!
Quando da bambini corriamo a perdifiato, forse immaginiamo di diventare degli uccelli e di toccare le nuvole o le stelle, lasciandoci questo strano pianeta ben al di sotto dei nostri piedi.
Non ho mai capito perché mai i miei amici odiassero tanto la corsa e la subordinassero sempre e soltanto alla partita: come se fosse un prezzo da pagare alla prestazione sportiva. Come quelli che si lavano e si profumano non per sé stessi, ma per far colpo su qualcuno.
La corsa di fondo o la maratona: sono cose attraverso le quali mettiamo alla prova noi stessi e ci confrontiamo col nostro corpo, sono cose con cui (in un certo senso) usciamo dallo spazio e dal tempo: perché superiamo sia i nostri avversari sia i nostri limiti.
Nel calcio c'è molto di tutto questo o forse perfino di più, dato che in esso utilizziamo anche la fantasia.
Ma su questi temi ritornerò tra non molto.

martedì 25 aprile 2017

Arrivarono ma non torneranno


Arrivarono
coi loro visi di ferro, di lupo e di serpente
nel caldo bollente del giorno, nel gelo della notte.
Arrivarono e con scientifico impegno
le loro mani manovrarono
bombe, mitra, lanciafiamme, mitragliatrici, gas e pistole
falciando ogni giorno migliaia e migliaia di vite.

Con una croce uncinata nel cuore
ed un'altra nella mente...
insomma, con la loro maledetta svastica,
con l'odio ed il cinismo che guidava le loro azioni,
loro che si definivano Herrenvolk, popolo di signori,
fecero dell'Europa un solo, grande cimitero.

L'industriosa città di Rotterdam si arrese,
ma l'aviazione degli uomini-serpente
la rase al suolo comunque:
morti e feriti furono ovunque,
gli edifici, fatti a pezzi dalle bombe...
la città rovinò su sé stessa.
Eppure, nel loro regolamento, l'esercito degli Herrenvolk
era tenuto ad un comportamento “cavalleresco.”

Chelmno, Sobibor, Dachau, Treblinka,
Mathausen, Buchenwald, Auschwitz, Terezin...
i lager sono stati tanti, innumerevoli le vittime
i cui cadaveri si raccolsero con le ruspe.
Ma certo,
il popolo dei signori
aveva solo obbedito a degli ordini.

Renata Viganò, partigiana dell'Emilia,
narra che per Natale
gli uomini devoti alla tortura ed al massacro cantavano come angeli.

Ma ovunque fossero uomini e donne davvero umani
ci furono battaglie e resistenza,
sacrifici di uomini, donne e bambini innocenti
così che l'alleanza di svastica, fascio e sole nascente
fu distrutta per sempre.

Diavoli in forma umana
dai visi di ferro, di lupo e di serpente
arrivarono sulla Terra dal loro Inferno di odio e di ignoranza,
ma sconfitti, furono ricacciati indietro...
all'Inferno cioè da cui i Diavoli del vero Inferno
non dovranno farli tornare... mai più!
Essere degni dell'eroismo dei nostri padri e delle nostre madri
sia sempre la nostra missione,
la nostra sola ragione di vita.
Ora e sempre... Resistenza!

venerdì 14 aprile 2017

Pensieri sparsi


A volte ci si può imbattere in scrittori che purtroppo sono stati sottovalutati, come per esempio, Pier Francesco Paolini.
Pare che P.F. Paolini sia stato un grande traduttore dall'inglese.
Su quel punto non posso pronunciarmi, ma forse posso tentare di dire qualcosa sul P.F. Paolini scrittore e be', secondo me è stato uno scrittore coi fiocchi: di lui vi consiglio I sette peccati mortali a cavallo ed anche Il gatto guercio, romanzo che ho letto in questi giorni.
Scrittore coi fiocchi, perché secondo me, P.F. ha saputo fondere con grande maestria umorismo, virtuosismo linguistico ed analisi psicologica... inoltre, anche quando parlava di sexus, egli aveva un tocco sanamente malizioso e molto arguto.
Ancora: in P.F. troviamo alcune perle filosofiche, come quando (ne Il gatto guercio) un giudice riflette sulla contrapposizione tra giustizia e verità. Ma la filosofia di P.F. non è mai pesante, accademica, astratta.
Vabbe', di lui parlerò in prossimi post.
Andiamo avanti.
Spesso, in questi giorni, nella scrittura e nella lettura mi sto facendo accompagnare dai Concerti brandeburghesi di Bach.
Ora, io, del grande Johann Sebastian conoscevo solo: un brano che anni fa era la sigla di Quark; Jesus bleibet meine Freude; infine, un pezzo molto famoso ed anche inquietante, che fa pensare alla colonna sonora di un film horror.
Invece, dei Brandenburgische Konzerte non conoscevo neanche l'esistenza. Ma in un negozio della mia Cagliari, una volta che avessi fatto tot acquisti, avevi diritto ad una musicassetta in omaggio. Il commesso mi consigliò appunto i Konzerte; in effetti, non mi sono mai pentito d'aver accettato quel consiglio.
In generale, le composizioni di Bach mi fanno pensare ad un grande albero i cui rami salgano e si intreccino sempre più verso il cielo, schermando ed anche amplificando la luce del sole e quella delle stelle. Così, Bach mi comunica una grande sensazione di pace.
Mozart e Vivaldi mi danno gioia; Beethoven, energia, Paganini vivifica la mia vena ironico-scherzosa.
Mi capita lo stesso con scrittori e scrittrici, attori ed attrici: io sono sempre la stessa persona, ma chi possiede particolari doti artistiche, sa far emergere lati della mia personalità che magari, per un po' erano rimasti in ombra... e che mi fa bene rispolverare.
Così, alla fine vediamo che i pensieri sparsi che avete letto, non lo sono poi tanto: tutto ciò, infatti che ci rianima ha a che fare col centro del nostro io. Solo che molte volte, quel centro è confuso o distratto da tante cose. Purtroppo, spesso capita che oltre alla confusione ed alla distrazione, ci sia anche parecchio dolore.
Ma oltre all'amore ed all'amicizia può dare una mano anche l'arte.
Se poi uno ha le sue soddisfazioni anche sul lavoro, beh, allora quello è proprio il massimo. Il che non è però molto frequente, su questa Terra che spesso, ci atterra.
Ma come dico io, mai perdere la speranza; o mai sperare nella perdita.

giovedì 30 marzo 2017

Confronto tra la scrittura ed altre cosette


La scrittura non tradisce mai.
Possono far questo ideali di vario tipo, situazioni lavorative, amici, parenti, colleghi, famigliari ecc. ecc., ma non lei.
Questo non significa che uno debba rinchiudersi in un mondo di sola scrittura, ma più semplicemente e realisticamente, significa che deve evitare di farsi delle illusioni su tutto quell'insieme di cui sopra.
Certo, un'altra illusione può riguardare anche la scrittura: se per esempio ci ostiniamo a cercare, attraverso questa grande amica, il successo.
Perché non si scrive per il successo, ma perché non se ne può fare a meno.
La scrittura è l'unica droga o malattia dalla quale si deve sperare di contrarre il virus o la dipendenza. Per sempre.
Altra illusione che deve esser spazzata via, è quella secondo cui la scrittura debba renderci felici, così come può fare una persona che amiamo o un ideale di qualsiasi genere.
No, Lady Ink (la Signora Inchiostro) ha un altro stile, altri piani ed obiettivi. Lei non promette e non ti chiede nulla, ma si prende tutto il tuo dolore, la tua amarezza, la tua solitudine.
Anche quando ridi e scherzi con la morte nel cuore e covi segreti che ti mangiano pezzo a pezzo ogni giorno, ma non puoi confidare a nessuno, lei ti ascolta e ti aiuta a sorridere. Si tratta di un sorriso triste che può capire solo lei, ma la Signora non ti tradisce: non ti strapperà la pelle davanti a tutti.
Quando avrai bisogno di mettere su la maschera di una risata, Lady Ink saprà aiutarti... e lo farà senza chiederti niente: neanche l'amore che hai per lei.
Si siede davanti a te quando accordi la penna del tuo dolore e lo fa tintinnare, violento ma non barbaro.
Plebeo, ma non volgare.
Sensuale, ma non pornografico.
Mistico, ma non bigotto.
Profondo, ma non astratto.
La scrittura ti terrà per mano quando nessuno saprà o vorrà più farlo o lo farà nel modo sbagliato.
Non tradire mai questa stupenda, meravigliosa amica.

martedì 21 marzo 2017

“Luce dei miei occhi” (2001), di Giuseppe Piccioni


Protagonisti: Luigi Lo Cascio (Antonio), Sandra Ceccarelli (Maria), Silvio Orlando (Saverio), Barbara Valente (Lisa), Tony Bertorelli (Mario).
Su tutti spicca la Ceccarelli, bella (diciamo pure bellissima), ma soprattutto naturale e davvero credibile nella complessità dei ruoli di madre, amante di Antonio, lavoratrice, donna alle prese con tutta una serie di debiti, scadenze e taglieggiata da un capobanda... inoltre in lotta con amanti che la fanno soffrire tenendola a distanza.
Forse questa è la condizione di tante donne che spesso devono diventare molto dure proprio per crearsi una sorta di corazza per proteggere sé stesse, il loro lavoro e/o i figli.
Poi ci siamo noi uomini che liquidiamo il loro dolore col marchio dell'”emotività” o “insoddisfazione” femminile. Ci siamo noi che magari ci proviamo, come se con le donne non si potesse far altro.
Nel dipingere il personaggio di Maria, non dimenticherei la “mano” del regista, che ha osservato le vicende dall'esterno, con grande delicatezza, direi... con pudore.
Molto valida anche la sceneggiatura, sempre di Piccioni e di Umberto Contarello, perché fa parlare gli attori senza far dire loro troppo. Anche quando parlano molto, il loro non è mai un dire banale o ripetitivo: è invece una sorta di lavoro di scavo su sé stessi, che può anche sembrare una confessione... ma senza ricerche di comodi alibi o di facili assoluzioni.
Soprattutto Maria è spesso (sia nei confronti di sé stessa sia in quelli di Antonio) impietosa, dura, per niente conciliante.
Eppure, lei è anche molto fragile: la scena in cui, dopo aver litigato con uno dei suoi amanti, balla ubriaca e disperata sotto la pioggia, lascerebbe indifferente solo un pezzo di granito.
Di fronte ad un'attrice come questa, perfino l'Antonio interpretato da Lo Cascio, rischia di rimanere sullo sfondo.
Ma in realtà, Antonio è proprio uno che nella sua vita ha scelto questa dimensione: quella della presenza che è anche assenza.
In un mondo in cui tanti cercano di primeggiare, spesso ben al di là dei loro effettivi meriti o delle loro reali capacità, lui assume una posizione davvero defilata.
Anche quando aiuta Maria col suo taglieggiatore (rischiando del resto di finire in guai grossi), non le dice mai niente: e neanche quando, come dichiara il verme, potrebbe avvantaggiarsene per “portarsela a letto.”
Antonio è un malinconico ed uno che soffre in silenzio, è un uomo che ha mantenuto una sorta di purezza e che vorrebbe risparmiare agli altri il male. Un personaggio quasi dostoevskiano, un Raskolnikov senza però la lucida, terribile coerenza che porta il protagonista di Delitto e castigo all'omicidio.
Maria gli dirà: “Tu sei troppo sentimentale”, e lui, col suo sorriso triste: “Lo so.”
Solo questo, in assoluta semplicità e senza cercare di giustificarsi né di vantarsi.
Forse proprio questa semplicità gli permette di entrare in contatto con la figlia di Maria: è quel modo di essere (quello dei bambini) che crescendo, finiamo per perdere.
Ora, non che i bambini siano sempre e soltanto semplici, ma c'è in loro un modo di credere e di fidarsi e di affidarsi che noi perdiamo presto.
Infine, nel film ho apprezzato il fatto che i protagonisti non siano (secondo un gergo che odio) dei vincenti. Sono delle persone che vivono e lavorano in modo molto umile: Maria in un negozio di surgelati, Antonio come autista.
Nessuno dei due può concedersi grandi lussi: al massimo, una pizza. Sono dei lavoratori che hanno accettato una vita di sacrifici, quando altri (che spesso valgono molto meno di loro) campano alle loro spalle.
Come ha dichiarato in un'intervista Giuseppe Piccioni, sono persone “senza né arte né parte”... e lui stesso si è sempre sentito così.
In realtà a loro interessa vivere con dignità e senza coltivare troppe illusioni.
Alla fine, dico io, sono quelle le persone che rendono un Paese qualcosa di diverso e di migliore da un paese dei balocchi.

sabato 25 febbraio 2017

Sul fatto di scrivere


Intendo lo scrivere come un percorso, un percorso che riguarda il nostro passato, il nostro presente e ciò che tramite il passato ed il presente, ci collega al futuro.
E' qualcosa di pratico ed anche di teorico: attraverso la scrittura scaviamo in noi stessi e troviamo le possibili soluzioni a ciò che viviamo e che vivremo. L'Inchiostrante Signora ci fornisce delle risposte anche per il nostro passato.
Certo, tutto dipende dalla nostra sincerità, oltre che dalla nostra intelligenza (se non genio); la penna è come la bacchetta del rabdomante... se non possiedi il dono, non troverai l'acqua.
Ma secondo me, quando scrivi, la prima dote che devi possedere è proprio la sincerità: senza, non farai che ingannare gli altri e te stesso. Chi è sincero, può anche non essere un Dante o un Joyce: però non mentirà. Ed in un mondo di insopportabili imbroglioni, non è poco...
Sì, chi scrive può anche inventare: il che non equivale a mentire; mente chi voglia imbrogliare qualcuno, non chi intenda raccontare qualcosa col fine dichiarato di divertirlo, incuriosirlo e così via.
Bene, secondo Hubert Selby Jr., in un romanzo è fondamentale l'incipit o ouverture (rispettivamente “inizio” e “apertura”).
Devo dire che personalmente, non riesco ad appassionarmi alla questione... un romanzo può avere un ottimo incipit, e per il resto, essere mortalmente noioso.
Secondo me, l'incipit è molto importante in campo musicale: un rock che inizi con un bel riff di chitarra ritmica, qui penso per es. a quello di Satisfaction dei Rolling Stones, dà il tono a tutto il pezzo.
Stesso effetto produce la chitarra solista in Adam raised a Cain di Springsteen e della “E” Street Band.
A questa regola (che potete chiamare uccheddiana) non sfuggono i violini della Primavera di Vivaldi.
Ma in campo letterario, la... musica cambia. Un romanzo è composto di tanti elementi, la sua è un'architettura complessa, durante la costruzione appunto di un romanzo, che ricorda parecchio quella di un amore (grazie, Fossati), anche il costruttore cambia. E parecchio.
Così, quell'incipit che magari allo scrittore sembrava meraviglioso, qualche mese dopo gli causa attacchi di panico o addirittura conati di vomito... perché mentre continuava a scrivere la sua opera, la sua vita prendeva un'altra direzione. Una direzione che ha portato vita e scrittura a divergere.
Mentre la musica è per sua stessa natura più istintiva, al romanzo (ed alla letteratura) spetta il compito più ingrato: togliere il morso e le briglie alle emozioni, ma cercare nello stesso tempo di cavalcarle in modo non solo libero e selvaggio.
Però, pensate un po': volevo scrivere un pezzo magari amaro che doveva essere anche un inno al conforto che ci dà la scrittura; ne ho scritto uno sul professorale andante!
Mentre finivo di scrivere, sentivo che dalla penna mi stavano spuntando delle battute. Bene, sono rimaste perlopiù nella penna, come fanno i soldi... che rimangono in banca, quando a chiederli sono i poveracci...
Ora che il pezzo è finito ho iniziato a scherzare.
Voi ci capite qualcosa?

martedì 31 gennaio 2017

Le giornate nuvolose


Di solito, le giornate nuvolose mi annoiano; non mortalmente, però le trovo abbastanza fastidiose.
Mi interessano (anche molto) quando tra le nuvole spunta qualche raggio di sole. Dato che sono una persona che tutto sommato, si accontenta, non pretendo che il cielo diventi immediatamente estivo o primaverile; può andarmi bene anche qualche raggetto di solicello.
Le nuvole, però, mi fanno venire sonno e ad una cosa come questa, penso che non ci sia rimedio; in ogni caso, non uno che io conosca. Ed anche se dovessi conoscerlo, penso che avrei troppo sonno per applicarlo.
Tuttavia, sono un amante del sonno che per questioni di famiglia, lavorative e di scrittura, dorme molto meno di quanto vorrebbe. Sulla questione la penso come il padre Brown di Chesterton: “Il sonno è quasi un sacramento.”
Be', vedremo come andrà quando sarò vecchio.
Però alle care giornate nuvolose, riconosco almeno un merito: quello di ricordarmi il tempo... quello strano intreccio di giorni, pensieri, progetti e sentimenti; altrettanti e strani attori, quelli, che sul palcoscenico della vita recitano la commedia-tragedia della vita.
Una commedia-tragedia che spesso è misteriosa e molte volte, anche mortalmente noiosa.
Ma in fondo, io conosco poco la Signora Noia.
Ho conosciuto le Signore Malinconia, Rabbia e Tristezza, ma proprio Madame Noia, no. Poca voglia di gingillarmi, tutto qua: non voglio spacciarmi per una persona esemplare o per uno stakanovista.
Potrei fare lo stesso discorso per l'ozio: ogni volta che sono tentato di arrendermi a lui, penso che così mi sottrarrebbe del tempo prezioso... oltre che per il lavoro, anche per scrivere, leggere, correre, passeggiar, ascoltare musica etc. etc.
Le giornate nuvolose, comunque, hanno almeno questo di bello: sembra che sospendano il tempo, e mi fanno credere di essere morto e vivo contemporaneamente.
Per essere più preciso, durante quelle giornate mi sembra di osservare la vita da un punto molto, molto lontano. E tutto sommato, in momenti come quelli, riesco a controllare i miei stati d'animo negativi.
Alla fine, si può dire che 'ste benedette giornate nuvolose servano a qualcosa anche loro, povere cocche!

domenica 22 gennaio 2017

Un'anguilla da 300 milioni" (1971), di Salvatore Samperi


Questo film non rimarrà nella storia del cinema, ma è molto gustoso ed anche quando inclina ad un certo macchiettismo (la figura per es. del prete), mantiene un certo garbo.
Ci parla della provincia veneta e benché qui Samperi non intendesse realizzare una pellicola socialmente impegnata, comunque qualche spunto di riflessione c'è.
Ma ripeto: il film è soprattutto gustoso e garbato. Secondo me, appartiene a quel tipo di cinema che sapeva esser graffiante, ma nello stesso tempo, divertente: penso per esempio a quello di Monicelli.
Ora, ci troviamo nelle valli di Caorle, dove vive il Bissa (al secolo Giovanni Boscolo), interpretato da Lino Toffolo. Egli è un ex-partigiano che vive con una pensione di invalidità, è un pescatore che però per la grama vita che conduce, spesso pesca di frodo. Inoltre, oltre che le anguille, cerca di vendere anche delle rane.
La vita del Bissa, che sta in una capanna a poca distanza dall'acqua, trascorre sempre uguale: lavoro, quattro chiacchiere con gli amici davanti ad un bicchiere di vino, ancora lavoro, chiacchiere, vino, freddo, lavoro, vino...
Questa vita è movimentata da una sorta di gioco a rimpiattino col guardia pesca che cerca invano di coglierlo con le mani nel sacco. Infatti per il Bissa una delle poche fonti di sostentamento è data dalla pesca delle anguille, che però (dove vive lui) è proibita.
Lui è comunque un povero diavolo, ma in modo non del tutto ingenuo, si chiede se dopo tutti i morti della Resistenza, i lavoratori (pescatori inclusi), non avrebbero meritato miglior sorte.
L'esistenza del Bissa è però addolcita dal legame con una bellissima vedova, la Contessa Spodani (Senta Berger): beninteso, non si tratta di una storia d'amore. Inoltre, quel legame non si basa sulla fedeltà.
Infatti la nobildonna spiega al Nostro con adorabile candore: “A me piace fare l'amore, ma mio marito voleva redimermi. Ma chi vuol essere redenta?”
E lui, con aria comicamente solenne: “Fare l'amore è necessario.”
La Contessa prosegue: ”Lui non voleva lasciarmi andare, diceva che senza di me sarebbe morto. Per questo gli ho sparato.”
Inoltre, i convegni amorosi tra il pescatore e la disinibita sangue blu avvengono... in cimitero! Come avrebbe detto Totò: “Il paese è piccolo; la gente, mormora.”
Talvolta le chiacchiere al bar prendono una piega qualunquista e giustizialista, quella stessa che come ha scritto il filosofo Remo Bodei, prima si sentivano nei “locali da ritrovo”, ed ora passano per buon senso: cioè il bisogno della pena di morte, la superiorità del valori religiosi, della famiglia, l'immoralità delle donne etc. etc.
Si tratta però di chiacchiere in libertà, stimolate solo dal vino, e che comunque non impediscono a chi le fa, di riprendersi subito.
Questo quadro, monotono ma in un certo senso consolante, cambia quando dal Bissa si presenta Vasco (Gabriele Verzetti), ex-comandante partigiano che affida “per pochi giorni” al Bissa la figlia Tina (Ottavia Piccolo).
Vasco confida al vecchio compagno d'arme che Tina deve disintossicarsi dalla droga e liberarsi dalle “cattive compagnie.”
Ma ben presto vediamo che lei è una ricca e viziata ragazza borghese, che diventa il tormento del Bissa e del suo socio Lino (Rodolfo Baldini).
In questa situazione non manca però l'umorismo, come quando Tina vede il Bissa alle prese con una pentola e commenta, schifata: “Blah!”
“Questa è polenta...”
Voglio lo yogurt!”
Il Bissa ribatte: “No, no, no: il Vasco ha detto niente porcherie e niente droga.”
Non racconto il resto del film, ma sappiate che sul tronco della commedia si innesta anche dell'altro, che volge quasi al giallo, e che racchiude anche del cinismo.
Ma se trovate un po' di tempo, gustatevi questo film: ne vale davvero la pena!